Ti racconto un’Emozione

Mi faccio un selfie prima di entrare in Basilica, per fermare il momento della mia profonda emozione.
Infatti vengo in visita a Roma dal 2010, ma dentro San Pietro non ero mai entrata prima di avantieri. Il mio cuore scoppiava di gioia.

Stavolta non c’era santo. Dovevo entrarci per forza in San Pietro! Undici anni che io e Oscar ci regaliamo Roma e non ero mai riuscita a visitare la basilica al suo interno! O la fila troppo lunga; o il papa diceva messa a Pasqua; o pioveva a secchiate! o la basilica era chiusa per chissà quale beatificazione! Stavolta NO! Dovevo/volevo entrarci con tutta me stessa, con Oscar e le bambine!

Lorella

Se nel 2010 volevo entrarci per ragioni puramente artistiche ed estetiche, per ammirare la basilica più importante della cristianità, a distanza di undici anni volevo varcare quella soglia soprattutto per motivi profondamente personali.

Volevo commuovermi davanti alla Pietà di Michelangelo, così tanto amata studiando il Bertelli di Storia dell’Arte a scuola e all’Università. Ma soprattutto volevo pregare, volevo entrare nella cappella e inginocchiarmi davanti al simulacro del mio papa.

Si riversarono nelle vie che conducevano a San Pietro: romani, turisti per caso, pellegrini, ragazzi, famiglie, adulti e bambini, suore e sacerdoti e prelati. Io vidi l’evento in TV, sola in camera a casa dei miei. Ero rientrata stanca da Illorai, avevo acceso il teleschermo e mi buttai a letto. Quell’emozione che serpeggiava tra i fedeli e i telecronisti arrivò fino a me. Ancora oggi posso sentire i brividi e la pelle d’oca e il rimorso per non averlo mai visto dal vivo. Venne una volta sola a Sassari. Non mi ci portarono. Ero una bambina di appena otto anni e non conoscevo e ne potevo capire ancora la sua grandezza.

Il papa che ho amato; che ho sentito come padre universale; che ho amato come uomo storico; il papa per il quale ho pianto lacrime e singhiozzi interminabili quando ci ha lasciati in quella sera del 2 aprile, di sedici anni fa. Quella fu la prima volta che vissi la morte di un papa. Non ne sapevo nulla che, alla dipartita di un pontefice, la cristianità si riversasse tutta a Roma, che volesse essere partecipe di un evento così commovente e profondo. Si diressero in tanti nello Stato Vaticano quella sera.

Questa premessa per dire che il viaggio a Roma dello scorso week end, per festeggiare i dodici anni di matrimonio con Oscar, aveva come meta principale soprattutto la tomba di papa Wojtila.

Siamo stati molto fortunati avantieri. La fila è stata veloce durata giusto un quarto d’ora. Anche i controlli di sicurezza, per varcare il colonnato del Bernini, sono stati indolori. Una volta salite le scale e ammirata dall’alto la famosa piazza, attraverso scatti studiati da dietro l’obbiettivo del mio Samsung, apprezzandone da quella prospettiva la forma dell’abbraccio aperto alla cristianità intera, ci siamo diretti all’interno.

Varcare quella soglia è stato per me entrare nella storia, entrare dentro il cuore stesso di Michelangelo e del Borromini. È stato camminare dove hanno camminato numerosi papi e principi e imperatori e politici di ogni tempo prima di me. Immaginare il passaggio di credenti, pellegrini, fedeli, donne e uomini, bambini e anziani di ogni tempo e luogo.

Ci dirigiamo a destra della navata centrale e inizio a chiedermi perché alcune cappelle siano nascoste da grigi sipari e non ci voglio credere è chiusa proprio la cappella della Pietà michelangiolesca.

Solo più tardi avrei saputo da zia Tettina che c’erano i preparativi per allestire le cappelle che l’indomani avrebbero ospitato il Sinodo, aperto da papa Francesco.

Chiedo all’addetto sicurezza il permesso di sbirciare tra le tende del sipario, perché ancora non ci voglio credere che non potrò ammirare da vicino la statua tra le statue del Rinascimento romano di Buonarroti, una tra le tante statue simbolo del rinascimento italiano. L’addetto mi accorda la richiesta e, prima io poi le bambine con Oscar, infiliamo la testa tra il sipario e la vediamo lontana una decina di metri: piccola, bianchissima, protetta da un vetro antiproiettile e antisfondamento, dopo il danno arrecatole da un folle all’inizio degli anni ’70. Non posso vederne i particolari perché sono troppo distante, invece Oscar, che la vide quando fece il militare a Roma e quando venne per due settimane nell’autunno del 2003 con quello che diventò, sei anni più tardi, suo compare di nozze, la fa ammirare, seppur da lontano, alle bambine, parlando loro della perfezione di ogni singolo particolare.

Io prendo le distanze subito da quel sipario, non per disinteresse o per la delusione di sbirciare in lontananza, una statua sognata da una vita, ma perché inizia a farsi strada una domanda: mica sarà chiusa anche la cappella di papa Wojtila? Mi fiondo da sola e vedo altro sipario grigio a chiudere non so quale altra cappella. Inizia a battermi il cuore.

Chiedo all’addetto della sicurezza, preposto alla vigilanza di quest’altra cappella chiusa, da che parte è la cappella di papa Wojtila. Mi risponde gentile, ma frustrato dalla stessa domanda che in tanti, prima di me, gli hanno fatto. Risponde che la cappella del Santo padre è proprio quella dietro di lui, ma che non può essere visitata poiché la stanno allestendo per l’indomani. Io non riesco a crederci… non posso crederci.

I miei occhi iniziano a commuoversi davanti a quell’uomo abruzzese, sulla cinquantina, sicuramente padre di famiglia, non può essere diversamente. La commozione mi provoca caldo, una caldana delle mie e così mi sfilo la camicia in jeans, prima una manica poi l’altra. Il vigilante fa caso al mio braccio, fasciato in alto per via del PICC, guarda i miei radi capelli bianchi, troppo bianchi e troppo radi per una signora così giovane e capisce. Mi dice di aspettare lì ed entra dentro il grigio sipario.

Nel frattempo arriva Oscar con le bambine e mi vede in quello stato. La commozione si era trasformata ormai in lacrime silenziose. Piangevo per l’incredulità di non poter pronunciare una preghiera, la mia preghiera. La preghiera di una donna malata di cancro.

Oscar sorpreso di vedermi così, fa per sgridarmi, pensando a chissà quale cosa io abbia combinato. Ma ritorna il vigilante a darmi quella notizia insperata fino a 60 secondi prima. Esce anche un ragazzo alto insieme a lui. Solo ora capisco che, molto probabilmente, era la guida vigilante prescelta alla sicurezza della tomba del pontefice. Viso giovane di trenta, al massimo quarant’anni, carino, con un sereno sorriso sul volto, con indosso una divisa blu che gli dà fascino. Si avvicina a me e mi dice di aspettare: mi farà entrare a breve. Gli sorrido incredula, se ne va e, anche Oscar mi guarda senza più una sola briciola della sorpresa precedente. Del resto siamo a San Pietro: i miracoli esistono!

Tiro un respiro di sollievo e intanto, mentre ringrazio il vigilante sulla cinquantina, mi arrabatto a cercare un fazzolettino in borsa, lui mi risponde che non devo ringraziare nessuno, se non il ragazzo appena andato via. Mi volto verso Oscar e lo abbraccio visibilmente ancora commossa, mentre Ally e Anna non capiscono cosa mi sia successo in quei due tre minuti che, si e no, saranno passati! Oscar ha capito invece. Ha capito che la mia caratteriale sensibilità vince sempre, anche quando la situazione sembra ormai precipitata.

Gli do un bacio sulla guancia, siamo interrotti dall’uomo sulla cinquantina che dice che posso portarmi dentro in cappella anche le bambine, se voglio. Lo ringrazio ancora più felice. Ma le bambine sono preoccupate per me, non capiscono come si possa piangere dentro una chiesa, sì bella per carità, ma mamma perché piangevi prima? Riconosco che per loro è troppo, le rassicuro in un abbraccio e sussurro a Oscar che voglio entrare da sola, voglio quel momento solo per me.

Esce la guida fascinosa con la sua perfetta divisa blu, mi affianca e mi fa strada. Mi sposta la tenda e mi fa entrare, dandomi il passo come un galantuomo di altri tempi. Entro e vedo numerose sedie pieghevoli aperte e disposte secondo un ordine perfetto, sono gli scranni che l’indomani verranno occupati per il Sinodo. Volgo poi lo sguardo a sinistra e la vedo.

Vedo la tomba che ha accolto papa Giovanni Paolo II e vedo la scritta rossa, tutta maiuscola, in bassorilievo che campeggia sulla sepoltura. Iniziano a sgorgare da sole le lacrime, senza più remore, senza vergogna. Siamo soli io e il giovane che sta dietro. Non riesco ad arginare i singhiozzi e, facendo il segno della croce mi precipito in ginocchio davanti alla lastra marmorea. Il ragazzo mi fa segno che non vuole che stia lì, ma sganciando un moschettone, apre il cordone rosso: vuole che superi il gradino in cui mi ero inginocchiata due secondi prima, perché vuole che vada ancora più vicino, superando la balaustra di marmo rosato, così da poter toccare quella scritta e sentire con le dita il freddo di quella lastra, in grado di scaldarmi il cuore.

Piango ancora più forte e, scrivendo in questo momento, mi commuovo anche adesso, come se non fossi a casa mia, ma ancora in San Pietro, tra gli altari votivi e i dipinti sacri alle pareti. Nonostante la concessione non mi sono sentita di toccare la dimora eterna di papa Wojtyla, per me era già tantissimo essere lì, unica visitatrice, unica pellegrina, unica prescelta, in quella mattina, per entrare in cappella.

Piango per questo anno, iniziato con un capodanno pandemico, tutti a casa, quasi tutti ancora senza vaccino, ma noi quattro comunque felici perché in salute e insieme alla nostra piccola Sky. Piango per me stessa. Per la malattia diagnosticatami quel maledetto 23 febbraio scorso. Piango per la mia battaglia, per le mie due battaglie di donna, ancora in corso. Piango perché un cancro non me l’aspettavo, non lo volevo, non me lo meritavo!

Non volevo diventare una donna senza capelli a quarantacinque anni, con la testa che sembra quella di mio padre, settantacinque anni venerdì prossimo. Piango perché non ho quasi più arco sopraccigliare e mi sembra di assomigliare al cattivo Jack Torrance di Shaning. Ma il mio non è un film dell’horror e del terrore. La mia è una realtà terribile.

Piango perché penso ad Anna, a zia Vittorina, l’unica sorella di mamma e mia madrina di battesimo, andate via troppo presto. Penso a due zii col mio stesso sangue, Barone e Pinuccio e, uno acquisito, zio Tore. Piango perché penso siano in pace, ma hanno lasciato tanta sofferenza. Cingo le mani e pronuncio la mia preghiera preferita e, Salve O Regina, esce dalle mie labbra, pensando a papa Wojtila e al suo puro amore per la Madonna. Recito l’Eterno Riposo per loro e poi prego per la salute della mia famiglia, delle mie bambine e di mio marito, auguro in cuor mio lunga vita anche a Sky.

Prego per la salute dei miei genitori, per mio fratello Roberto e la sua famiglia; per Massimo e la sua; prego per Antonio mio suocero, affinché trovi la serenità in una solitudine e per un dolore che non meritava. Alzo lo sguardo e incontro l’enorme dipinto dell’emiliano Domenichino, raffigurante il Martirio di San Sebastiano.

Martirio di San Sebastiano, realizzato sulla base di un dipinto del Domenichino da Pier Paolo Cristofari.
Basilica di S. Maria degli Angeli

Mi evoca una fortissima commozione anche la pala d’altare e oggi penso di non aver mai pianto così: schiacciata dalla bellezza dell’Arte e nello stesso tempo sfinita per l’emozione di trovarmi ad un passo dalla tomba di un Uomo divenuto Santo.

Ricordo TUTTI i miei amici, vecchi e nuovi, persi e ancora con me, vicini e lontani, presenti e assenti, ancorati al mio cuore anche se distanti fisicamente. Ricordo tutte le mie compagne di terapia che stanno lottando con e insieme a me, una guerra, spesso più dura della mia. Penso a Silvia ❤ e a Daniela ❤ e a Carla ❤; alla nonnina di Costa paradiso di cui non conosco il nome; a Berto che non ho più visto e spero stia bene; penso alla ventunenne Alessandra e alla trentenne che non mi è più capitato di affiancare in terapia. Penso a tutte le donne incrociate alla SMAC, quelle con le speranze e un rosario in tasca e quelle con il copricapo in testa. Sono con loro.

Papa Wojtila è con tutte/i NOI. Lo sento.

Mi ricompongo. Sto meglio. Mi sento serena. Mi alzo in piedi, mi giro e incontro lo sguardo del giovane che mi ha resa felice. Mi sorride, molto comprensivo. Ha visto il travaglio e lo sfogo di sette mesi e mezzo; ha visto la mia anima nuda e cruda, senza vergogna, libera da strutture conformi.

Gli dico grazie perché ha reso possibile la mia preghiera al Santo Padre. Mi sorride e con molta semplicità e con uno spiccato accento romano, mi rivolge poche parole, che porterò per sempre dentro: Voi siete i guerrieri! Le porgo il pugno destro, in segno di saluto pandemico, ma poi gli sguardi si incontrano e nasce tra noi un abbraccio fraterno di pacche sulla spalla. Lo ringrazio e lo saluto e ancora gli sorrido.

Gli sorrido perché è bello sapere che nella basilica più importante della cristianità, lavorino persone con un cuore grande, che si prodighino per fare entrare una semplice donna che sentiva un profondo bisogno di pregare proprio nella cappella dell’unico papa polacco della Storia. Il Papa che la mia generazione intera porta nel cuore. Il Mio Papa.

Esco da quel sipario grigio e vedo Oscar e il vigilante di spalle. Si voltano entrambi. Stringo la mano al vigilante e lui me la stringe a sua volta, mi augura forza e coraggio. Oscar più tardi mi dirà che, secondo lui, non era di Roma quel signore che ha visto dentro la mia commozione, ma pensa fosse abruzzese. Amo l’Abruzzo.

Immagine donata a Oscar
dal vigilante abruzzese,
mentre aspettava che uscissi
dalla cappella di Papa Giovanni Paolo II.
Raffigura il particolare del grande
Crocifisso ligneo (XIV secolo)
della Cappella del SS. Sacramento
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