Per fortuna l’estate

Da bambina ricordo esistevano le colonie estive, ossia quelle strutture situate in località marine o montane, destinate al soggiorno di bambini e adolescenti che vi svolgevano attività ludiche e ricreative.

Da Wikipedia.
Immagine del 1954: colonia marina di Piscinas, costituita negli anni ’50 del 1900, per i figli dei lavoratori delle miniere sarde di Ingurtosu.

Venivano organizzate dai Comuni, dalle Comunità Montane o altri Enti pubblici e i bambini che vi partecipavano, passavano da una a due settimane al mare o in montagna, insieme a tanti altri coetanei e agli educatori che diventavano gli adulti di riferimento, per quelle settimane lontani da casa.

A partire dagli anni ’70, i forti cambiamenti della società occidentale determinarono una crisi delle colonie estive nel senso classico del termine, mano a mano sostituite dalla villeggiatura con la famiglia. Entra in scena anche la scuola, che, gradualmente, introduce nuove pratiche legate al concetto di viaggio culturale per i giovani.

Di pari passo al suddetto processo di maturazione, le famiglie italiane continuano a sentire, sempre più intensamente, la necessità di combinare gli aspetti educativi e didattici propri della scuola, con quello più ludico e di svago dello sport, specialmente nel periodo estivo, dove la quantità di tempo libero aumentava notevolmente per i giovani a causa della chiusura della scuola. In questo contesto si assiste ad una generalizzata apertura dei genitori verso esperienze vissute dai figli in completa autonomia; senza, cioè, la presenza e il controllo diretto della famiglia.

Ecco che la colonia estiva perde la sua funzione di struttura assistenziale, assumendo sfumature completamente diverse: per i partecipanti essa diventa un’esperienza formativa, dedicata non più solo alla salvaguardia della salute fisica, ma anche alla corretta crescita motoria, alla coltivazione di passioni e passatempi, al miglioramento delle lingue straniere, allo sviluppo di relazioni sociali con coetanei, tutti aspetti ritenuti fondamentali nella società moderna.

Io, ma neanche mio fratello, non sono mai andata in colonia. Sono sempre stata molto legata, forse anche troppo, a mia mamma e avevo timore di soffrire di nostalgia e di lontananza da casa. Le mie estati di bambina trascorrevano in strada, davanti a casa, giocando a palla, a nascondino, a un due tre stella, a paradiso, detto anche brucio o campana, saltando la corda, facendo roteare un hula hop, dando la carica e facendo nuotare la Baby Sirenella in una bacinella d’acqua, o ancora giocando ad acchiapparello, o improvvisando qualche canzone e qualche balletto con la tua migliore amica che (avevi questa fortuna) abitava nella casa a fianco alla tua.

Oppure andavi a piedi a raccogliere girini con tuo fratello più grande, negli abbeveratoi delle campagne fuori del paese, o qualche volta giravi in bicicletta, che non era mai di tua proprietà, ma ti dava in prestito tuo fratello, sempre che fosse in buona. Una bici del tipo Graziella, anche se quella dei miei ricordi, che esiste ancora, era grigio argento e portava l’adesivo con su scritto Monica.

Mio fratello aveva desiderato non so quanto una BMX, invece un sabato, al rientro da scuola, si ritrovò a sorpresa la Monica, appunto, ossia una Graziella tarocca, una patacca di Graziella insomma! I miei genitori erano tutto un sorriso davanti a quella due ruote pieghevole con dietro il portapacchi che poteva fungere, all’occorrenza, da sedile per un amico e che portava un nome anche più bello della storica Graziella! Mio fratello invece non sapeva se piangere o cosa, visto che quella era una bicicletta considerata per femmine o per adulti ecologisti!

Il gioco più pericoloso e proibito era quello di entrare a curiosare dentro qualche cantiere in costruzione (su fraigu in sardo), meglio se di notte, salire sulle montagne di sabbia, saltare dall’una all’altra e vivere la trasgressione di rientrare a casa sporco di polvere fino alle mutande, sfidando tua mamma che, prima di uscire di casa, ti diceva sempre: Guai se ti sporchi o rompi i pantaloncini! La conclusione era spesso una sgridata a duecento decibel che sentiva tutta la carrela o spesso una sussa sul sedere!

In estate la Barbie e i bambolotti in carrozzina, coi quali avevi trascorso il lungo inverno in casa, non attraevano più. Nutrivi un bisogno irrefrenabile di stare fuori casa, di inventare giochi, di far volare la fantasia fuori dai muri di casa tua, di stare al sole mattutino, all’ombra delle case più elevate, come era la mia e poche altre nella via Satta del paese. Oppure fuori di sera, dopo cena, nelle ore di refrigerio, mentre gli adulti chiaccheravano coi vicini, tu giocavi anche in quelle ultime ore che ti separavano dall’indomani. Le estati erano calde, ma mai quanto quelle di oggi. Il mio paese in collina era fresco e ventilato. Certo ricordo che mamma non voleva che uscissi alle quindici del pomeriggio, all’ora dei mancanti come l’appellava lei, perché ti rapiva sa mamma e’ su sole, cioè rischiavi un febbrone da insolazione! Ricordo che quelle ore del primo pomeriggio erano dedicate al riposo e per trovare refrigerio, mamma ci faceva stendere su asciugamani da mare nel fresco pavimento.

E quando era ora di rientrare a casa per pranzo, per cena o per andare a letto, mamma ti chiamava con la sua voce che sapevi distinguere a tre vie di distanza: Lorèeeeeeeeeeè! Robèeeeeeeeeeè! Francèeeeeeeeeeeè! Giusèeeeeeeeeeeè! Le urla di èeeeeeeeeeeeè echeggiavano da rione a rione, da Introidda a Sos Pianos, da Santa Croce a Litterai! Altro che telefonino! E se non sentivi, aveva sentito un vicino o un amico tuo che te lo veniva a riferire! Erano gli anni infatti in cui non avevi concezione del tempo, non possedevi un orologio e caso mai, rientravi a casa, quando avevi fame o sete!

Oggi le vie del paese sono quasi vuote. I bambini sono già di per sé molto pochi. Le scuole che tu hai frequentato, più di tre decenni fa,  arrivavano alle sezioni E ed F, ora la primaria si ferma alla A, mentre la scuola media arriva appena alla B. in compenso le strade sono stracolme di macchine parcheggiate o che sfrecciano superando i limiti, tanto bambini che giocano non ce ne sono…

Anche le mie figlie non giocano quasi mai sulla strada. La mia generazione ha perso quella spensieratezza, mista forse anche a una buona dose di incoscienza, o semplicemente nutre più ansia, grazie ad una vita più stressata e ai fatti di cronaca che non ti dimentichi dall’oggi al domani, come il caso irrisolto di Denise Pipitone. I nostri genitori invece si fidavano dell’altro, della rete del vicinato, del quartiere, del rione in cui loro stessi avevano giocato ed erano cresciuti nel Secondo Dopo Guerra.

E allora per fortuna oggi ci sono i centri estivi a far trascorrere le mattine ai bambini, prima delle vacanze con la famiglia. Mie figlie per tre settimane sono rientrate canticchiando conte e canzoncine che mi hanno riportato indietro di qualche decennio. Rientravano a casa raccontando di sfide e prove canore, coreografiche e di coraggio. La minore, in tenuta da apicultore, ha assaggiato il miele dalle arnie; ha trascorso una mattina dedicata all’ecologia e alla pulizia del paese; mentre la grande ha spianato, farcito e gustato una pizza di sua produzione. Il caldo record veniva ammazzato tre giorni su cinque in piscina e a suon di gavettoni con bombe d’acqua improvvisate. Hanno decorato biscotti, fatto prove di teatro e recitazione, provato lo yoga e imparato la posa dell’aquila, hanno strimpellato strumenti e si sono accostate a nuovi sport mai provati finora.

Sono felice di averle rese felici. Rientravano a casa con un viso abbronzato e lucido dal caldo, con sorrisi e racconti divertenti.

L’unico neo è che le mie figlie non sanno gestire la noia. Anzi la noia le spaventa proprio! Vorrebbero sempre le giornate estive organizzate e piene di impegni e attività. Già in macchina sulla strada del rientro, sono capaci di chiederti: E a casa che facciamo? Ci fai fare qualche attività?

Invece io ricordo le mie belle estati passate anche ad annoiarmi e quindi a trovare, da sola, un’alternativa alla noia, semplicemente con la mia fantasia e la mia creatività. Con un ago e un pezzetto di stoffa recuperato non so dove. Con una matita e un foglio preso chissà da quale quaderno. Studiando un formicaio nel cortile o una farfalla o una rana (l’aveva presa mio fratello!) dentro un vasetto di vetro col coperchio bucherellato… e così passavi i giorni. Le estati.

Lorella Sini

2 risposte a “Per fortuna l’estate”

  1. Da bambina che non è mai andata in colonia in parte ti capisco, era qualcosa di cui sentivamo i racconti ma che non abbiamo mai vissuto, alla fine non ne ho mai sentito la mancanza, forse perché come dici tu riuscivamo a mettere a frutto la nostra noia inventando cose da farci. Sono sicura che saprai stimolare la loro noia, esistono tutorial per costruire un po’ di tutto in internet, sono certa che vi divertirete insieme. Ps Anna apicoltore è adorabile ❤️

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    1. Carissima Katy non ci annoiamo infatti, solo che le loro richieste continue a fare a volte vorrei spegnerle! 🤣🤣🤣

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