Un anno fa

Filippo Lippi

Ho sempre avuto una grande passione per l’agiografia, pur non inserendola nel piano di studi universitario, perché amando la storia dell’arte, per forza di cose, ti appassioni anche alla vita dei santi, che per secoli furono, quasi, gli unici soggetti degli artisti. In particolare mi sono appassionata alla vita dei santi martiri e al martirio nel senso più stretto. A Santa Lucia le cavarono gli occhi; a San Lorenzo lo bruciarono vivo su una graticola; a San Bartolomeo lo scuoiarono; a San Sebastiano lo trafissero innumerevoli freccie; a Sant’Orsola le scoccarono una freccia nel seno, a Sant’Agata le strapparono i seni con una tenaglia.

Un anno fa esatto mi amputavano un seno. Era il 13 maggio dell’anno scorso. Attesi quasi tre mesi prima di fare l’intervento. Attendere che ti privassero di una mammella, non è cosa semplice. Da una parte non vedi l’ora (perché sai di avere una bomba ad orologeria in corpo), dall’altra vorresti che l’amputazione non fosse necessaria.

Non voglio fare profani parallelismi tra me e le sante martiri, però da sempre, quando mi è capitato di vedere qualche immagine sacra di Sant’Agata, che tiene in mano lo strumento del suo martirio e su un piatto i suoi seni, mi è sempre corso un brivido sulla schiena, fino ad avere la pelle d’oca. Deve essere stato uno strazio, un dolore incommensurabile, con una sofferenza atroce. Non credo tra l’altro sia morta sul colpo, penso invece abbia sofferto morsi di patimento indicibili.

Sebastiano del Piombo
Andrea Vaccaro

Io non ho sofferto così ovviamente. Ma concedetemi una, seppur lontana similitudine, per un’amputazione che sento ancora così innaturale, per una donna e mamma quale sono.

A distanza di un anno ho due seni differenti. Il chirurgo plastico mi vedrà il prossimo mese per il riallineamento, che non so manco in cosa consista. Ma i seni sono diversi, oltre che per proporzione e lievemente per forma, soprattutto al tatto. In uno sento tutto, nell’altro nulla. Uno è sensibile, l’altro se ne frega. Uno è caldo, vi circola il sangue, l’altro è sempre fresco, qualsiasi temperatura io senta, qualsiasi temperatura ci sia. Uno è morbido e si tiene ancora su con le proprie forze, l’altro è sodo e pieno grazie alla protesi.

Uno è liscio e senza cicatrici. L’altro ha un taglio di quasi dieci centimetri che guardo ogni volta e sento al tatto, a ricordarmi che la vita può cambiare per soli nove millimetri. Che quella foglia autunnale, così mirabilmente narrata da Giuseppe Ungaretti, può cadere quando meno te lo aspetti e che quel senso di precarietà fa parte della vita. Fa parte di quei ventuno grammi che ognuno di noi ha. Così infatti peserebbe la nostra anima. E allora, citando Frida Khalo, Vivi la vida e pensa positivo come canta Jovanotti.

A Barbara, l’amica che tutti vorremmo.

Lorella

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