Spine di carciofo

Quest’inverno mi è capitato spesso di pungermi con le spine dei carciofi. Fa malissimo.

Almeno questo era il modo di mio marito di condivivere, con le nostre figlie, il mio malessere. Io non avrei voluto lo facesse, invece rientrando a casa da scuola, una volta in macchina, lui se ne usciva quotidianamente con: La sapete una cosa? Mamma si è punta col carciofo! Inizialmente era lui a dire delle maledette spine, poi, col tempo, alla domanda, rispondevano direttamente le bambine: Pure oggi mamma si è punta col carciofo!

Ovviamente non abbiamo mangiato carciofi tutti i giorni l’inverno scorso, mio marito intendeva che, mentre le figlie erano a scuola, la loro mamma non era stata bene. Tante punture di carciofo in tanti giorni. Uno dopo l’altro. Una settimana dopo l’altra. Un mese dopo l’altro.

Tante lacrime, tanti pensieri, tante sconfitte, tanti rimorsi, tante battaglie perse, tanti non saper cosa fare, tanti chili presi, tanta ritenzione idrica, voglia di bere zero. Penso di aver perso più liquidi piangendo che facendo plin plin sul water… tanto male di vivere.

Le terapie si erano diradate passando da una cadenza settimanale a una ogni ventuno giorni della durata di mezz’ora e il nuovo obiettivo era vedere arrivare giugno, quando avrei fatto la quattordicesima e ultima chemio. Insieme alla chemioterapia l’oncologa mi ha fatto iniziare la cura ormonale, con una pastiglietta da prendere ogni sera, una volta al giorno, per i prossimi cinque anni della mia vita e un’iniezione ogni ventotto giorni ad inibire il mio ciclo mestruale e avviarmi alla menopausa.

Tutte belle cose insomma! Un inverno di vampate e caldane. Un inverno di freddo e caldo improvviso. Un inverno di sbalzi umorali. Di dolori alle gambe. Di prurito nel buco del PICC. Di orticaria esplosa in tutto il corpo il giorno di Santo Stefano, interamente passato al PS. Di settimane di cortisone e di antistaminico, mai presi in vita mia! Di voglia di restare in pigiama. Di voglia di restare a letto, mentre la casa urlava pietà! Di voglia di restare a casa senza fare niente. Chiusa. Sotto le coperte. Tanto eri e sei in malattia. Tanto ti hanno riconosciuto l’invalidità, seppure temporanea. Tanto non dovevi/devi andare al lavoro…

Nemmeno la gestazione di Sky e la sua cucciolata, venuta al mondo il 13 febbraio, hanno avuto il potere di spazzare via il male di vivere e non hanno lenito le mie ferite. Spesso mi trovavo ad ammirare quei piccoli quattro cucciucci, a prenderli tra le mani e ad accarezzarne il pelo morbidissimo, ma senza pathos, senza empatia. Senza reale interesse. Pure Sky se ne sarà accorta. Mi guardava coi suoi grandi occhi scavandomi dentro, quasi chiedendomi: Perché non ti sussulta l’anima, come ti è sussultata la prima volta che hai accarezzato me, quando avevo appena un mese e decidesti che mi avresti adottata e presa nella tua vita?

Non c’ero in quelle settimane. In quei mesi, non ero io. Le spine di carciofo mi pungevano dentro e fuori. Ero presa da mille pensieri e mille dubbi. Sarei voluta ritornare indietro e prendere decisioni diverse, da quelle prese a fine estate. Mi sentivo stretta dai sensi di colpa. Mi sentivo in un vicolo senza uscita. Sentivo di aver sbagliato. Mi sentivo sbagliata. Come persona. Ma soprattutto come madre. Non riuscivo a trovare una quadra.

Furono mesi in cui mi pentii di aver trasferito Allegra di scuola, mesi in cui mi pesava non averla a casa, dall’ora di pranzo fino al bacio della buonanotte. Mesi in cui mi vedevo e la vedevo spenta, senza grinta. La vedevo frequentare una scuola con orari troppo pesanti e pressanti, alla quale non era abituata. Mesi in cui mi squarciava il cuore, chiedendomi: mamma mi mancate tu e papà, vi vedo solo al pomeriggio, finisce troppo in fretta e subito si va a letto! Mesi di studio e di pallosi compiti nel fine settimana. Mesi in cui ho pensato di aver fatto un colpo di testa, trascinando in mezzo le mie bambine. Mesi in cui stoppammo la ricerca della casa a Sassari, attendendo che riprendessi la mia energia positiva.

Le giornate in cui esistevo (non vivevo), erano interminabili. Non finivano più. In quelle giornate respiravo, mi nutrivo male, dormivo poco e male, per uscire indossavo sempre le stesse due/tre cose. Fare la spesa era un incubo. Comprare qualcosa per me era impensabile, mi sembrava di buttare via i soldi dalla finestra. Non riempivo quelle giornate leggendo, colorando, pulendo casa, uscendo a passeggiare col cane, andando a bere un caffè, restaurando qualcosa, facendo un dolce, cucinando un buon pranzetto o una cena, creando un nuovo acchiappasogni. Niente. Non volevo fare un accidente di niente.

Le mie settimane passavano, siglate unicamente dalle terapie ogni tre settimane, da qualche visita di controllo prescritta in clinica e dalle medicazioni, ogni dieci giorni del maledetto/benedetto PICC.

I miei capelli finalmente crescevano, pallidi e canuti come se avessi sessant’anni… e non riuscivo a guardarmi allo specchio, tanto erano bianchi e incolti. Non mi piacevo. E mi piangevo addosso. Volevo la Lorella di prima. Quella prima del carcinoma. Allora non lo sapevo, ma ora sì! Volevo la Lorella che non era malata. Che non aveva pensieri tipo: e se mi ritorna il cancro?

Non uscivo mai con le bambine da sola. Sempre e solo con Oscar. Non voleva che guidassi.

Ora mi guardo allo specchio e penso che mi mancano ancora tre terapie alla conclusione del mio anno venefico. Ho sistemato i capelli. Li ho tinti di un lieve viola lavanda. Le mani mi fanno un male cane. Le prime tre dita di entrambe si anestetizzano da sole, sento calore e punture (ma non di carciofo queste!) fino all’addormentamento totale. Se qualcuno me le amputasse in quei momenti non sentirei nulla, tanto sono anestetizzate. Un dolore assurdo che poi si irradia a tutto il braccio. In quei momenti non riesco nemmeno a tenere il cellulare in mano, né una penna! Mi sembra di essere un’ottantenne! Invece ho compito 46 anni solo dieci giorni fa! Quante cose ancora devo e voglio fare!

Punture di carciofo permettendo!

8 risposte a “Spine di carciofo”

  1. Sei straordinaria come lo è anche ciò che scrivi. Sei forte Lorella anche se a volte ti prende quella maledetta voglia di non lottare ma tu lo sei amore di zia una leonessa, non dimenticarlo mai. Ti voglio bene e tanto.

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    1. Meravigliosa e cara zia ❤️❤️❤️❤️❤️

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  2. Ciao Lorella, ho sperato che questo racconto appartenesse ad un passato più o meno remoto, invece la data mi sembra quella di ieri, o no? Mi dispiace molto che tu non stia ancora bene, meglio, diciamo. Però una cosa devo dirti, colore dei capelli e pettinatura ti stanno benissimo! Davvero! Benissimo! Sei bella, ironica e divertente, la malinconia solamente riguarda le spine di carciofo, che, si sa, sono davvero molto fastidiose! PS: io, i capelli bianchi li ho, perché compirò 63 anni a giugno, se Dio vuole 🙄 😘😘😘 coraggio a me e, forse non è necessario, già ne hai, a te ❤️🌹

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    1. Grazie Tiziana, tengo botta nonostante le spine. Ti abbraccio

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      1. Leggo, tra lacrime e sorrisi, riflettendo su quanto facciano male quelle maledette spine di carciofo, ho capito che niente è scontato!
        La nostra vita, il nostro aspetto, banalmente i nostri capelli ma soprattutto la nostra serenità sono appese ad un filo sottile…
        Grazie a te perché riesci, attraverso le tue parole, a trasmettere tante emozioni.
        Sei una forza anche con le spine di carciofo❤️🌈

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        1. Grazie a te M.Laura che riesci a cogliere le mie emozioni ❤️

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  3. Un abbraccio. Quando, al tempo in cui tutto sarà stato superato, rileggerai queste pagine, dovrai essere molto orgogliosa di te stessa. E, perché non dirlo, della tua scrittura; della tua capacità di darle forma e sostanza. Dovrai anche pensare all’aiuto che le tue parole danno sicuramente a chi sta percorrendo lo stesso tuo cammino.

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    1. Grazie Ivana ❤️

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