Si fa presto a dire chemio (Parte VI)

Spalmatore beach

Sono stata fortunata, furono pochi i sintomi post terapia di cui soffrii. I dodici cicli mi regalarono giusto una sete tremenda, una bocca asciutta mai vista; comparvero afte e lesioni nella cavità che lenii con risciacqui, collutori e posizionando cotton fiocchi imbevuti di soluzioni medicali: imparai a fare un’igiene dentale molto molto più approfondita del solito, subito dopo ogni pasto. Sulla punta delle dita, la pelle divenne così secca, da aprirsi come melagrana al sole, scoprii il fastidio e il dolore di avere le ragadi sulla dita, in piena estate, io che di solito le ho conosciute causate dal freddo in inverno! Le trattai con medicamenti che formavano film protettivi e le lenii con lanolina, oli emollienti e pomate all’urea ad alta concentrazione. La stanchezza fisica soppraggiungeva alla fine di ogni sessione chemioterapica: mi buttavo a letto e ci stavo fino all’ora di cena, ma imparai anche che stare a letto mi rendeva ancora più spossata in verità. Quindi col tempo feci in modo che giusto un paio d’ore di riposo mi bastassero per riprendermi.

Furono tutti sintomi fastiodissimi per la verità te lo dico, ma li ressi bene, sicuramente per la giovane età fisica, ma anche perché mi ero fatta delle fantasie tutte mie, attaccata al water rimettendo acidi biliari, come in quel film famoso del 1991 con Julia Roberts, dal titolo Scelta d’amore, dove lei si occupa, con grande coraggio, di un ragazzo gravemente malato di leucemia. Ho amato molto quel film e quella scena mi è rimasta dentro: ma fortunatamente io non ho mai sofferto di nausea 💪. https://it.m.wikipedia.org/wiki/Scelta_d%27amore_-_La_storia_di_Hilary_e_Victor

Ressi bene a tutto ciò che mi capitò. Ressi bene quando i miei, al secondo ciclo di chemio, si trasferirono ad Alghero, comunque e nonostante tutto. Ressi bene senza mia mamma. E forse, col senno di poi, ressi anche meglio. Anche se quando partirono, piansi come una bambina, la loro bambina, che si sentiva abbandonata al suo destino infame e ancora molto ignoto, sui postumi di cui avrei potuto soffrire.

Ed invece vissi una meravigliosa estate insieme alla mia famiglia e senza i miei. Un’estate che avevo paura di non godermi, come quella dell’anno precedente, causa puddhora. È stata un’estate diversa e forse anche per questo più bella! Un’estate goduta a singhiozzi, ma passata tra le risate, il relax e la presa di coscienza che avevamo voglia e bisogno di una nuova casa, solo nostra! Partivamo il giovedì mattina, ci sparavamo centoventi chilometri fino a Palau e poi, col traghetto, arrivavamo in quell’isola che, da ormai cinque anni, è la meta delle nostre vacanze estive. Credo che a Maddalena abbiamo provato quasi tutte le formule di soggiorno offerte: dall’hotel lusso all’hotel senza alcuna pretesa, dal b&b confortevole a quello d’appoggio, dall’appartamento lusso a quello essenziale. Ci manca giusto il camping! Magari lo faremo l’anno prossimo! Maddalena è il luogo in cui ci rigeneriamo, in cui tutti e quattro diamo il meglio di noi.

Dal giovedì alla domenica pomeriggio, i miei occhi si riempivano di acque cristalline, sabbie granitiche e scogli smussati dal vento, mentre profumi di ginepro, lentischio ed euforbia traboccavano dalle mie narici. La domenica ci sparavamo altri centoventi chilometri per rientrare a casa e il lunedì ero pronta per il prelievo ematico, mentre il martedì ero carica per fare la chemio. Inizialmente Oscar aveva pure paura che fosse troppo per me affrontare un viaggio di due ore in macchina, ma col tempo si convinse che il tragitto non mi pesava affatto: mi bastava vedere la gioia delle bambine all’arrivo in porto a Palau, per essere anch’io felice e considerarmi solo tanto fortunata.

Fortunata perché, con le dovute precauzioni, potevo andare al mare e godermi il sole. Grazie al proteggi PICC, ossia una fascia strettissima, in stile muta da sub, da applicare al braccio, potevo godermi dei lunghi bagni con Sky e le bambine. Con l’effetto del cortisone, mai preso in vita mia prima di allora, mi svegliavo prestissimo, con una tale energia già dalle cinque del mattino. Attaccavo facilmente bottone coi vicini di ombrellone, ma era soprattutto Sky che attirava l’interesse e causava la gioia dei bagnanti.

Un’estate in cui ho imparato a respirare il profumo di salsedine a pieni polmoni come credo di non aver fatto mai; in cui ho imparato a sentirmi in piena sintonia con quell’aroma di rosmarino selvatico che ti entra nelle narici e ti manda in trip; un’estate in cui ho riscoperto il ruolo di moglie, per tanto tempo messo all’angolo dal mio ruolo di mamma; un’estate in cui abbiamo dato il meglio di noi perché, nonostante le chemioterapie di ogni martedì, ci sentivamo in armonia.

Abbiamo incontrato tante persone. Tra le più belle abbiamo conosciuto una coppia di giovani di Varese con il loro Peter, un simpatico Jack Russel che ha stretto amicizia con la nostra Sky e una coppia di romani con un cuore grande: Anna e Bruno.

E adesso ve lo voglio spiegare il titolo che ho scelto di dare a questo articolo, la prima parte del quale ha visto la luce il 9 settembre, due giorni dopo la penultima chemioterapia. Un po’ perchè non sapevo che intestazione attribuire, un po’ per amaro sarcasmo. Un articolo lungo, in cui ho ripercorso quasi un anno della mia vita. Dalla seconda decade di gennaio, quando una mammografia di routine, mostrava qualcosa che non andava, fino alla metà di questo novembre. Ho iniziato sia la seconda, sia la terza fase del mio lungo percorso che, spero, vedrà la fine solo nel 2026: cinque anni! Di cure, di visite, di rompicapi, di prescrizioni mediche, di appuntamenti, di controlli. In tanti sono ancora coloro che mi chiedono: ma non avevi finito?

Ovviamente no. A metà settembre ho finito con la cura chemioterapica, chiamiamola lunga e a cadenza settimanale; ma dal 21 settembre ho iniziato il percorso monoclonale, ossia una cura col solo farmaco, chiamato bersaglio, con un’azione «selettiva», che permette di agire in modo più preciso sulle cellule tumorali: rallentando o talvolta bloccando la loro proliferazione. Questa cura proseguirà fino al 21 giugno prossimo. In contemporanea a questa, l’oncologa che mi segue, ha voluto iniziassi anche la terapia ormonale per ridurre il rischio di recidiva. Può sembrare strano, ma ho fatto più fatica ad accettare quest’ultima cura, che quella chemioterapica. La sento più invasiva, anche più dell’intervento stesso e più lesiva a livello umorale.

Si fa presto a dire chemio quindi. Perché chi non ci passa direttamente non lo sa. Non lo può sapere e neanche lontanamente immaginare cosa si provi. Come si viva. Come e cosa si senta. Cosa prevedano i protocolli nello specifico. Cosa significhi ammalarsi di cancro, per giunta in tempo di pandemia. Come passi e come trascorra il tempo cadenzato da una chemio e l’altra, scandito da un’iniezione di Enantone e l’altra. Tra la medicazione del PICC e l’altra. Tra un prelievo ematico e l’altro. Quanto sia lunga la strada per ritornare ad una vita senza il pensiero di visite, controlli, ansie, attese di referti. Non si può sapere e neanche immaginare quale desiderio di riscatto, di cambiamento, di sfida ti investa nei confronti della vita che hai vissuto prima di sapere della malattia.

Vuoi cambiare casa, darti una nuova dimora, perché sai di meritarla, insieme alla tua famiglia che ha tifato per te. Che ha vissuto con te ogni preoccupazione e ansia. Pretendi nuovi stimoli per te, tuo marito e le tue bambine. Per questo le hai trasferite in una nuova scuola, in un nuovo ambiente. Vuoi nuovi obiettivi da raggiungere e soprattutto senti il bisogno di scrivere, di condividere la tua esperienza per trovare un senso a tutto questo. Un filo conduttore dello sbigottimento, della paura, della rabbia, della solitudine, dell’incomprensione, del cinismo e della faciloneria umana, della leggerezza e del pressapochismo.

Non lo volevo un cancro. Manco di striscio lo volevo! Un cancro, quando ti capita, ti cade tra capo e collo! Ma con la passione che ho rispolverato e riscoperto per la scrittura, emersa anche grazie al cancro, mi dico che non tutto, alla fine, viene per nuocere. Il cancro mi ha tolto parecchio. Ma mi ha dato probabilmente in misura maggiore. Mi ha fatto scoprire Una nuova me. Mi ha fatto indossare ali che non sapevo di avere. Sono spuntate dopo la mia personalissima accettazione della malattia. Dopo sei lunghi mesi di Perché.

Lorella Sini

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