Sul concetto di puddhora/buddhora

Io di sassarese, modestamente, me ne intendo. L’ho sempre sentito parlare da mio padre, portotorrese di adozione. Il turritano è quel dialetto che, col cuore, paragono al romanesco. Una lingua per me ridanciana, a misura di battuta. Ma non me ne vogliano i sassaresi in ciabi, non voglio togliere proprio nulla alla sua forza comunicativa e al suo valore, anzi!

Per me il sassarese è la lingua paterna, mentre il loguderese è quella materna. Ho sempre sentito parlare mia madre, ossese di nascita, in italiano o in sardo e mio padre risponderle in sassarese, in un connubio comunicativo perfetto. Nel sardo c’è tutta la serietà e l’assenza di ironia di mia madre, nel sassarese invece c’è sempre stata la facezia e lo spirito di mio padre, sempre pronto alla battuta. Due lingue, due stili, due modi di essere, due genitori. Mio padre e mia madre in due lingue diverse, ma vicine.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Lingua_sassarese

Il mio amore per i dialetti e la loro conoscenza, ha origini all’Università, coi numerosi esami che ho sostenuto di Filologia romanza, di Linguistica, di Storia della lingua, di Filologia e Letteratura Italiana, Sarda, Spagnola e Latina. Iniziai in quelle lezioni a sentir parlare di dignità linguistica, di forza espressiva e comunicativa, di evoluzione e influenze esterne.

Nel momento quindi in cui conobbi Oscar e la sua famiglia, di Sorso, il capoluogo della Romangia, mi innamorai di lui anche perché conosceva il turritano, quel dialetto che io masticavo già in fasce. Oscar non parla quasi mai in sorsese, nemmeno coi genitori. Antonio, mio suocero, lo parla con gli amici, lo parlava con sua madre, nonna Margherita, poco con la moglie Anna. Ma la famiglia Giordo-Moreno nutre un profondo attaccamento, come tutti i sorsesi, verso il turritano. Un legame che Anna sentiva profondamente, anche grazie ai suoi studi universitari e alla sua carriera nella Scuola media Cappai di Sorso, dove insegnò la bellezza delle Lettere per trent’anni ai suoi alunni, riuscendo ad avvicinarli a Omero, a Dante e al Manzoni, proprio grazie anche alla forza comunicativa del turritano.

Insomma, quello che faceva, pace all’anima sua, anche il mio prof. Nicola Tanda (altro sorsese) nelle sue lezioni di Letteratura Italiana, impartite alle otto di sabato mattina, nell’aula Cadoni del vecchio palazzo in P.zza Conte di Moriana. Il professore riusciva a raccontarti dell’incontro e dell’amicizia con Giuseppe Ungaretti e poi, come nulla fosse, passava a parlare di come diavolo si facesse a chiamare un bar Gatto fuori! Secondo lui quel nome non stava né in cielo, né in terra, né nella grazia di Dio. Perché ci voleva coraggio ad italianizzare un’esclamazione, tutta sassarese, come quella di: Iatta a fora!

http://sassareserie.blogspot.com/2006/10/ancora-detti-sassaresi.html?m=1

Quando fui accolta nella famiglia di Oscar quindi, io già masticavo il turritano e potevo ridere di gusto alle battute o alle situazioni raccontate, durante i piacevolissimi pranzi luculliani preparati da Anna, a base di favette fresche con menta, melanzane alla parmigiana e carciofi e patate in tegame!

Ma, al significato di puddhora o buddhora, è Oscar che mi ha introdotto! Infatti non avevo mai sentito usare questo termine da mio padre, né da nessuno! Puddhora deriva dall’italiano puzza. Ecco quindi derivarne l’aggettivo italiano puzzolente; ma, ci viene ancor meglio in aiuto, per sondare sulle radici del termine, il dialetto turritano: puzzinosa/buzzinosa, ossia donna che emana puzza, fiaggu maru. È ovvio che per una donna, essere titolata di questo aggettivo tutto sorsese, non è proprio il massimo, poiché è un vero dispregiativo che, in italiano, potrebbe essere ancora tradotto con mille altri significati, sempre coloriti e molto offensivi.

Sicuramente puddhora è una persona negativa, sicuramente è puddhorazza una persona che emana un fetore immondo; una persona, per farla breve, che non vede al di là del proprio naso, troppo occupata a rimirarsi in uno specchio (d’acqua), come è solito fare il mito greco. Troppo occupata a guardarsi senza accorgersi degli altri, perché, poverina, non li vede proprio gli altri! E se uno, non vede le persone vicine, non ricordandosi più il sostegno e l’aiuto ricevuti (quando si credevano in armonia, sinergia e in collaborazione!), non vede neppure che le sta calpestando, con il suo bulldozer cingolato, in azione.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Narciso_(mitologia)

Da Wikipedia

Michelangelo Merisi da Caravaggio:
Narciso (1594-1596).
Roma, Galleria nazionale d’arte antica.

Una persona così non dovrebbe incontrala nessuno, in quel cammino che si chiama vita. Ma soprattutto non dovrebbero incontrarla persone sensibili e senza armature dentro e fuori, con qualche insicurezza, data dalla vita, come ERO io. Giusto altri Narcisi dovrebbero incontrare i Narcisi. I Narcisi insieme ai Narcisi, ecco! Dovrebbero creare un ghetto tutto per loro. E chi mi conosce sa quanto io sia per la libertà di azione, pensiero, manifestazione, opinione, voto, educazione, religione, cultura, lingua, gusti sessuali…, ma una libertà sempre rispettosa dell’altro. Poiché se la tua libertà nuoce all’altro… dissento sì!

Conobbi, un’altra volta, il male dentro. Una persona che ti ha fa incontrare, insieme ad altre mille cose, il montaliano male di vivere, non può che essere, definita da tuo marito: una puddhora! Una persona che è riuscita a possederti, a plasmarti, a manipolarti, a toglierti la libertà di azione e di pensiero, a farti dimenticare per più di due anni, il piacere della condivisione e della collaborazione, gratificando il proprio narcisismo, purtroppo a spese mie.

A mie spese.

Cieca a balla mi dirai! Cibbia! Mosca, per appellarmi col nome della moglie montaliana, in quella lirica senza tempo. Infatti scesi anch’io milioni di scale, scale buie verso gli inferi di una nuova depressione, che ancora dovevo conoscere. Ogni malattia, ogni lutto ti tatua qualcosa. La morte di Anna e di zia Vittorina mi hanno tatuato. La depressione e il cancro mi hanno tatuata.

Stenterai a crederci, ma il tatuaggio più doloroso, quello più esteso, quello a sangue, è stato quello della depressione. Due volte caddi nel buco nero, nel pozzo artesiano di Alfredino. Ma la ricaduta, come ci insegnano per l’influenza, fece più male della prima. Ci misi molto più tempo a risalire quei gradini bui, ci vollero molte più lacrime. Molti più pensieri insani partorì la mia mente, provata dalla pandemia, resa vulnerabile da una delusione che, lì per lì, dicevo, non mi frega niente!

Ed invece avevano ragione, quando mi dissero, mettendomi in guardia, che tutta quella tristezza e quel buio dentro, avrebbero lasciato uno strascico negli anni. Ovviamente, spero non pensassero ad una patologia vera e propria, tanto grave. Ma lo strascico, per me, fu proprio un cancro maledetto.

Adesso non voglio colpevolizzare nessuno. Proprio nessuno! E manco odio nessuno. Sono repellente all’astio. Si vive male odiando. E manco auguro a nessuno la mia storia. Solo un pazzo augurerebbe il cancro alla persona che gli ha preparato il terreno per quel seme marcescente, puzzolente, un seme puzzinosu!

Quel seme venne lanciato in malo modo, nel gennaio di due anni fa. Mise radici e attecchì in pandemia, con la finta protezione del tutti a casa. Germogliò ad aprile e fiorì a maggio dell’anno scorso. Era un fiore malefico, che durò tutta l’estate 2020 fino a settembre, rovinando me e la mia famiglia, quando finalmente si appassì. Ma non potevo sapere che quel fiore aveva lasciato tanto polline, prima di seccarsi. Quel seme aveva posto le basi per un vero prato fiorito, un bel giardino.

Ed in quel giardino mi rilassavo, sotto l’ombra di un bianco gazebo di legno. Una tegola però cadde sulla mia testa, interrompendo la mia lettura e il mio relax. Mi cadde il 23 febbraio scorso, quando mi diagnosticarono un cancro al seno.

Piansi quando lo seppi, lo sai già. Piansi, guardando negli occhi Anita, la tutor della SMAC sassarese che mi venne assegnata per prenotarmi tutte le visite specialistiche. Quelle lacrime furono di disperazione, perché stavo già lottando contro una battaglia. Non me ne serviva un’altra ancora! Quelle lacrime mi bruciarono le guance, ma non quanto quelle che piansi dentro il tunnel buio, dentro quel pozzo, scendendo milioni di scale.

Sono due brutti mali. Subdoli entrambi. E sono sulla mia pelle entrambi. Qual è quello che fa più paura Lorella? Mi chiesero. Senza dubbio il male di vivere, rispondo. Certo, anche il cancro fa paura, ti mette una fottuta paura addosso. Ma, fin dall’inizio (fortunata io!), sapevo che c’era una cura per me, una dura e lunga terapia. Chemioterapica, alopecizzante, monoclonale, endocrina, lunga più di un lustro, che segnerà la mia salute, la mia prospettiva di vita, le mie ossa, ma comunque una cura! Avere a che fare con quel buio è un’altra cosa.

Quel buio diviene parte di te. Non riesci più a godere della bellezza della vita. Della bellezza di ogni giorno. Ti mangia, ti divora giorno dopo giorno. E le persone che ti stanno accanto ne hanno voglia di dirti di reagire, che è tutta una costruzione mentale, che non avevo motivo di tutta quella tristezza, provocata da me sola. E le mie bambine a fare coraggio alla loro mamma, ad incoraggiare e sostenere me, persa in un buio che solo io. Che solo loro sapranno e si ricorderanno.

Io lo accetto e ci voglio convivere con il mio lato oscuro. La mia debolezza. La mia sensibilità emotiva, che mi fa entrare troppo in empatia con l’altro. L’accetto. Accetto tutto. E non voglio manco cambiare. Tanto l’empatia non ti disconosce, o ce l’hai o non ce l’hai. Ma dopo questa prova, voglio costruirmi una corazza, un’armatura che mi protegga. E insegnerò, oltre a me stessa, anche alle mie figlie che ci si può dare completamente, solo a pochissime persone nella vita. Solo la famiglia. Solo i tuoi figli, sangue del tuo sangue. E insegnerò loro a riconoscere i narcisisti, a riconoscerle le puddhore.

E se qualcuno dovesse percepire e leggere della rabbia in queste righe. Non ce n’è. Perchè non ne ho. E nemmeno voglio trovare un capro espiatorio, incolpando qualcuno sul mio attuale stato di salute. La mia accettazione della patologia è ormai totale. Ci sono voluti sei mesi, mezzo anno della mia vita, la sensazione di essere sola, con mio marito e le mie figlie. Ci sono voluti mesi di paura, di capelli bianchi, di sgomento, di referti attesi nella tensione totale, di non ne voglio sapere! C’è voluta un’estate vissuta a singhiozzi, tra La Maddalena e l’ospedale e la Riviera di Sorso, ma comunque goduta appieno. Ci sono voluti la scrittura e la forza dirompente che questo Blog mi sta dando, per farmi risorgere dalle ceneri, come la fenice di Silente. Come una farfalla che buca il bozzolo, pronta a volare. Ancora. Ancora una volta.

Lorella Sini

Pubblicato da Lorella Sini

Ho 45 anni, sono sarda e vivo in Sardegna. Sono figlia, moglie, mamma, insegnante e creativa. In discussione con me stessa da una vita, ho aperto il blog per parlare del mio cancro e di molto altro. Libri, viaggi, emozioni e ricordi, genitorialità, letteratura per l'infanzia, Arte, alimentazione, Fotografia, riciclo creativo e vintage, giardinaggio e altro...

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