Si fa presto a dire chemio (Parte V)

Durante la terapia 🩸

Il post-intervento lo passai tra le numerose medicazioni, effettuate in chirurgia plastica, nel palazzo Clemente e il mio personalissimo percorso di accettazione.

Durò sei mesi. Accettare la grave patologia e accettare di essere malata. Accettare il nuovo seno. Accettare il protocollo. Accettare di avere il codice 048 di esenzione dal ticket, per i prossimi cinque anni. Accettare che, con l’operazione, non era finito proprio un bel niente, un bel nulla insomma! Ma ancora tutto doveva iniziare, tutto doveva essere ancora accolto, per dirla con un termine della psicoterapia.

Alla SMAC presero l’appuntamento per il mio primo consulto oncologico. Venne fissato il 24 giugno. Accompagnammo Anna all’asilo e Allegra al centro estivo SporTissi. Arrivammo al SS. Annunziata prima delle otto e trenta. L’oncologa era nel suo studio, a consulto con un’altra paziente. Dopo pochi minuti uscì, la salutai e mi presentai. Mi rispose, gentilmente, che mi avrebbe ricevuto tra pochissimi minuti. Me la immaginavo diversa. Carnagione olivastra, occhi castani, capelli scuri, mossi e lunghi, lasciati liberi sulle spalle. Invece la Dott.ssa Valeria Sanna ha una carnagione chiara, occhi azzurro-cielo, capelli lisci e biondi e raccolti, quel giorno, in una piccola coda. Il fatto che il camice bianco non mi facesse intuire il suo look, mi fece cadere l’attenzione sulle scarpe di quel giorno. Aveva un comodo e semplice sandalo nero, con platform, per rubare tre centimetri alla minuta statura.

Entrai nel suo studio con Oscar, ci sedemmo davanti alla scrivania e al plexiglass. Parlammo dell’intervento eseguito dal Dott. Fancellu. Mi fece le domande di rito sulla mia anagrafica, su allergie, su terapie farmalogiche in corso. Una volta scesa dalla bilancia, si appuntò il mio peso e la mia statura e iniziammo a parlare del protocollo terapeutico che mi attendeva.

Quella mattina a casa, prima di andare in ospedale, pensavo a come sarebbe stato bello se l’oncologa, da lì a qualche ora, mi avesse detto che, nel mio caso, non sarebbe stata necessaria la terapia. Che tutto si fosse risolto con la chirurgia e che non avrei fatto nessuna chemio. Questa speranza serpeggiò durante il viaggio in auto e anche quando varcai lo studio della Dott.ssa.

Quindi, nel momento in cui l’oncologa iniziò a descrivere il protocollo, di prevenzione prima e di mantenimento in seguito, a cui mi sarei dovuta sottoporre, la mia mente non era molto concentrata. Ero invece concentrata sulla mia personale speranza, la quale mi aveva inseguita da casa fino a lì. Ma la Dott.ssa Sanna fu chiarissima. Ci disse che la percentuale di guarigione, senza seguire il protocollo farmacologico, nel mio caso specifico, era alta, ma solo con la chemioterapia prima e la terapia monoclonale successiva, sarei stata veramente tranquilla di guarire. Piansi. Piansi appena sentii la parola chemioterapia. Sapevo che quello era un consulto oncologico, ma non ero ugualmente preparata. Avevo subito un intervento poco più di un mese prima! Non volevo credere che l’incubo non fosse finito ancora!

L’oncologa capì la mia emozione e aspettando che mi tirassi su, mi parlò di dodici cicli di chemio, da fare una volta a settimana, preceduti sempre, il giorno prima, da un prelievo ematico. Sperava che il mio fisico reggesse bene per fare tutte e dodici le sedute. Dopo tre mesi, sarei passata alla cura monoclonale o terapia bersaglio della durata di nove mesi, costituita questa da quattordici cicli, da fare ogni ventuno giorni. Terapia che avrebbe colpito esclusivamente le cellule tumorali, nel caso ce ne fossero ancora dopo il trimestre chemioterapico! Il tutto quindi sarebbe durato un anno! Terminata la cura monoclonale, avrei fatto quella ormonale, della durata di cinque anni. Ossia, ogni ventotto giorni, avrei fatto una puntura per bloccare il ciclo mestruale e avrei dovuto assumere una compressa ogni giorno, per cinque anni.

Oscar ascoltava attento, poiché la Dott.ssa illustrava cose, del quale lui, si era documentato dalla fine di febbraio. Io non capii un accidente, ma non perché la Dott.ssa parlasse in medichese, ma semplicemente era chiusa la mia testa. Il mio cervello volava verso altre sfere. Il consulto finì dopo una ventina di minuti. Ebbi l’appuntamento per iniziare con la chemio già il lunedì della settimana dopo.

Feci quindi il prelievo il sabato. Il lunedì mi fecero il primo ciclo. Ero serena. Accompagnammo le bambine alle loro attività. La mattina vidi l’oncologa che rispose alle mie domande, mi fece compilare l’autocertificazione per il Covid e mi prescrisse tutta una serie di farmaci per i più svariati sintomi post terapia: dalla stipsi, alla diarrea, alla nausea, alle afte in bocca, alla stomatite, alle ragadi sulle mani oltre che il cortisone da prendere il giorno prima della terapia e nei due giorni successivi. Non volevo pensare a tutti i sintomi che avrei potuto avere. Siccome la mia poltrona era prenotata per fine mattinata, io e Oscar ci facemmo un giro.

Iniziai a mezzogiorno. Finii quasi alle sette di sera, dopo sette ore, dopo cinque flebo. Le feci sdraiata su un letto al quarto piano della SS. Annunziata, leggendo sul Kobo e risolvendo qualche enigma della Settimana del Cavalier Sisini. Ma fu la musica a tenermi compagnia in quella prima volta. La musica, mi pare di RTL, che usciva dalle casse del PC presente in sala, mi trasportò in un’altra sfera. Già in quel primo ciclo non mi sentii mai in una sala di terapia oncologica.

Fui con Adele e Easy on me https://m.youtube.com/watch?v=U3ASj1L6_sY, con Vasco e Sally, https://m.youtube.com/watch?v=iVAZezs0H9s, con Ligabue ed Elisa e Gli ostacoli del cuore https://m.youtube.com/watch?v=uXoF6DQiTsM.

Conobbi le prime, delle meravigliose infermiere che mi avrebbero accompagnato nel percorso, fino a settembre. Mariantonietta (capelli ricci e degradè biondo) e Carla. Dolcissime e attente, mi diedero subito del tu, in un modo che non conoscevo ancora.

Nei miei ricoveri ospedalieri, devo dire, mi sono sempre trovata bene e a mio agio. A dodici anni, mentre ero in vacanza, finii al Civile di Alghero per un’appendicectomia e ne ho un bellissimo ricordo di quei quattordici giorni. Anche nel reparto di maternità in V.le San Pietro mi sono trovata bene. Ma il fiore all’occhiello della Sanità sassarese, per me, restano: la Neonatologia e l’Oncologia. Per la premura, la competenza, il calore nell’accoglierti, l’assenza di commiserazione, nel volgere le cure. L’umanità, sia professionale sia personale, di ogni medico e infermiere e operatore socio-sanitario, da me  incontrato finora.

Mariantonietta mi fece sdraiare su un letto, perché in quel momento non c’erano poltrone disponibili, ma anche perché, essendo la mia la prima seduta, avrebbe fatto in modo che le flebo instillassero i farmaci piano piano nella mia vena, per impedire o, almeno, alleggerire i postumi. Mi parlò del PICC e della sua importanza per salvaguardare le vene e mi consigliò l’inserimento. Mi illustrò le cinque flebo che andavo a fare e le sensazioni che avrei potuto avere; le tempistiche di ognuna; il fatto che non potevo muovere il braccio a piacimento poiché, col movimento, il flusso si sarebbe bloccato. Non so quante volte feci suonare il sensore di flusso, quel giorno! Non riuscivo a tenere il Kobo, ne a fare un cruciverba, senza che risuonasse l’allarme!

La prima chemio fu per me come andare a battesimo. La feci con pazienti più anziani di me e, purtroppo, molto sofferenti e provati dalla malattia. Non so se fu voluto. Sicuramente non fu una passeggiata. Non lo fu per nulla. Non parlai con nessuno in quella sessione chemioterapica, se non con le infermiere e Giammario di Sennori, che mi fece sorridere più volte e mi offrì il panino 🍔 cotto e fontina, con bottiglietta d’acqua annessa. Forse per gli altri pazienti fui fuori luogo. Io ridevo e scherzavo, mentre gli altri presenti, chissà che numero di ciclo stavano facendo! Il cancro non fa ridere. Il cancro non è uno scherzo. Il cancro ti fa dire: Perché proprio a me? Il cancro ti toglie la voglia di vivere, spesso. Il cancro ti toglie la vita.

Io ero la più giovane tra loro. Anch’io, ancora, continuavo a chiedermi: Perché a me? Perché proprio a me, se nella mia famiglia non c’è alcuna familiarità, manco a cercarla a tre/quattro generazioni di distanza? Perchè a me su sette miliardi di persone? Perché a me: che sono piena di vita, che ho il sole dentro, che amo il mio lavoro, faticoso sì, ma che amo profondamente e non potrei mai fare altro nella vita? Io che non faccio una vita sregolata e possiedo la verve di mio babbo? Io, che per una risata che riesco a strappare a qualcuno, sono la più contenta e felice del mondo!

Ecco, anche lì riuscivo a fare dello spirito, perché avevo con me il pensiero di Allegra e Anna e Oscar: dovevo reagire per loro e per me. Non potevo, non sorridere.

Mariantonietta, dopo qualche ora, gentilmente mi salutò e mi disse che mi affidava alla collega del cambio turno: era Carla. Capelli cortissimi con riflessi viola, mi piacque subito la sua precisione nel mettere a posto ogni dispositivo sanitario sul tavolo, al centro della sala terapia. Per me era già tutto abbastanza in ordine, ma per Carla, quel tavolo, era nel disordine più totale. Punti di vista, pensai!

Del primo ciclo chemioterapico ricordo, in particolare, la sete bestiale, sia durante il trattamento, sia rientrata a casa: una secchezza delle fauci, mai provata prima in vita. Imparai a portarmi due bottigliette da casa in modo che, durante il trattamento, con quella offerta dalla clinica, bevevo un litro e mezzo. Rientrando a casa, mi buttai a letto. Era stata una giornata molto pesante. Continuai a bere, come se non ci fosse un domani.

Durante quel primo trattamento credo fui l’ultima paziente a terminare. Anzi credo che chiusi il reparto io quel giorno. Uscita dall’ospedale, trovai loro ad attendermi: Oscar e le bambine in una giornata di inizio estate. Felici di vedermi e raccontarmi la loro giornata. Io pensai che ero finalmente fuori a respirare all’aria aperta, con le persone più belle! Quella mascherina mi aveva tappato bocca e naso dalla mattina fino a sera! Ero stanca! Oscar mi guardava con lo sguardo tenero e sottovoce mi chiese, in sorsese: Cosa z’hai cumbinaddu? (Cosa ci hai combinato?). Non parla mai in dialetto, se non quando vuole creare una maggiore intesa, con le persone più care e amate. La stessa domanda la rivolgeva ad Anna, la mamma, incredulo della malattia che la colpì e ce la portò via. In quella domanda retorica che Oscar ha iniziato a rivolgermi dal momento che ci cadde la tegola in testa, c’è tutto il suo sgomento, tutta la dolcezza, tutto l’amore che lo lega a me, l’amore di chi avrebbe preso volentieri la malasorte al posto della sua compagna, al posto della mamma delle sue bambine, al posto della donna che ama così profondamente e della quale si innamorò, con un colpo di fulmine appena vedendomi, mentre un’amica in comune discuteva la sua tesi di laurea.

Io gli rispondo con un timido sorriso, perché in realtà so di averla combinata grossa ammalandomi di cancro. Accenno un: Non è colpa mia…, ma so anche che è una mezza verità. Ho permesso alla tristezza e allo stress di diventare cronici e di conseguenza elevare i miei livelli di adrenalina e noradrenalina, indebolendo così il mio sistema immunitario e, probabilmente, favorendo lo sviluppo della malattia.

Lo so, non ci sono evidenze scientifiche a riguardo. Ma il tarlo ce l’ho che sia andata così.

Lorella Sini

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