Si fa presto a dire chemio… (Parte IV)

[…] Lo dissi alle bambine quindi. Non usai mai la parola cancro né tumore, non volevo intimorirle, perché sapevano e sanno che la loro nonna è morta per quella brutta malattia, così come la mamma di un compagno di Allegra. Capirono, piccole mie, che era una cosa seria…

Io invece continuavo a non capire. Non capivo a quale, dei due interventi, dovessi sottopormi. Scegliere la quadrantectomia sembrava la cosa più semplice e auspicabile! Ma avrei lasciato le altre calcificazioni presenti, libere di crescere e moltiplicarsi. E mi faceva paura solo la possibilità, tutt’altro che remota, di dovermi sottoporre ad altro intervento, sempre su quella benedetta mammella sinistra! Insomma scegliere la quadrante avrebbe significato convivere con una bomba a orologeria. E no!

Si faceva strada l’idea della mastectomia. Ne avevo paurissima 😱 😨 😱,  ma era la scelta, sebbene radicale, che mi avrebbe dato serenità e tranquillità. Inutile dire che Oscar caldeggiava questa scelta. Sapeva che il percorso di convalescenza e di accettazione sarebbe stato più lungo, ma tifava per quella scelta e soprattutto per la mia serenità.

Inviai al chirurgo una breve mail nella quale lo informavo che avevo scelto di sottopormi all’intervento radicale. Mi rispose che, per la mia situazione, avevo fatto la scelta giusta, sebbene lui fosse uno strenuo fautore della chirurgia conservativa.

Iniziai a frequentare la psicoterapeuta della SMAC. Una donna più giovane di me. Solo dopo avrei saputo che aveva un bambino piccolo e che era madre come me. Annamaria Ara. Lei aspettò con me di sapere la data. Lei ci fu in ogni pianto, in ogni insicurezza e rispose ad ogni mia domanda, chiuse in uno studio della SMAC e sedute su due comode poltrone, distanziate di un metro. Lei mi condusse, ancora con la mindfulness che conoscevo già da sei anni, dove volevo andare ardentemente: sul dirupo di Capo Caccia ad ammirare le onde infrangersi contro l’Isola di Foradada. Lei mi portò lì ad ammirare il sereno di un arcobaleno, dopo i miei nubifragi settimanali.

Iniziò l’attesa dell’intervento. O meglio iniziò l’attesa di conoscere la data e nel frattempo mi sottoponevo a tutta una serie di controlli e visite specialistiche. Per ogni visita mi assentavo da scuola, o entravo dopo una, due ore e tentavo di recuperarle in giornata, oppure prendevo permessi brevi sul registro elettronico.

L’attesa dei referti fu la cosa più snervante. In particolare, ci (a me e a mio marito) misero tensione l’ecoaddome, la scintigrafia ossea, i particolari radiografici conseguenti e il consulto dal chirurgo plastico.

Mia madre non aveva capito che avevo asportato un tumore maligno (ora penso che il suo cervello si rifiutasse di capire) e solo dopo aver usato queste due parole: capì. Altri minimizzarono la cosa: di cancro al seno oggi si guarisce, mica si muore, come trent’anni fa! Oppure: un tumore al seno mica è un cancro al colon o ai polmoni! Io rimanevo basita e incredula per l’insensibilità e la totale assenza di empatia nei miei confronti. Ma allora nella vita avevo seminato davvero così male, da meritarmi solamente l’amore di mio marito? E di Allegra? E di Anna? Non volevo crederci, ma i fatti parlavano al mio posto.

Mi sentivo sconfitta. Sola. Perdente. Vinta. Frustrata. Triste. Arrabbiata. Feroce. Solo la scuola, mi aiutò in quel periodo. Tutto marzo. Tutto aprile e dieci giorni di maggio. In quei due mesi mi aiutarono i ragazzi delle mie due classi. Mi aiutarono i colleghi: Mario, Giovanni, Caterina, Melania, Aurelia, Giovanna, Marcella Orrù, Anna la vice preside, Paola la maestra di Allegra, Alessandra la maestra di Anna. Mi aiutò Suor Caterina. Mi aiutarono le mie amiche Barbara e Leonarda. M.Antonietta M. del mio paese, Sara di Brescia e Monica di Bergamo, entrambe passate attraverso una quadrantectomia, con radio e chemio e monoclonale e ormonale annessi.

Mi sostennero le mammine di Aprile, quelle che conobbi incinta di Ally, in un forum dieci anni fa e da allora sempre con me: mi aiutarono le abruzzesi Manuela (che strinsi in un abbraccio vero in piazza Repubblica a Roma) e Janet; mi aiutò la pugliese Maria con la sua fortissima fede; mi aiutarono Francesca della Romagna, Manuela e Valentina della provincia romana. Anche una semplice parola di coraggio, mi bastava leggere o sentire.

Lo dissi a pochi intimi, perché non riuscivo a sbandierarlo al vento. A parteciparlo a tutti! C’era poco da partecipare! E infatti arrivarono poche parole di coraggio. O forse furono tante. Ma in quel periodo volevo sentire pathos, volevo empatia dalla gente, volevo essere avvolta di compressione e parole di sostegno. Volevo contatto fisico! Pacche sulla spalla. Abbracci lunghi e stretti. Volevo piangere e gente ad asciugare le mie lacrime. Ma eravamo in pandemia e senza vaccino e con mascherine FFP2 a proteggere labbra e cuore!

Ci sentimmo soli io e Oscar. Furono settimane in cui ci sembrò di essere soli al mondo. Le famiglie non avevano capito un accidente. Festeggiammo il sesto compleanno di Anna in casa, vennero solo  le sue due amichette più care dell’asilo; conclusi l’iter degli esami verso la fine di marzo. Riuscii a vaccinarmi e lo volli fare subito, per avere un pensiero in meno! Pure se si trattava di Astrazeneca, non  volevo rischiare di vaccinarmi più tardi, essendo magari in clinica, convalescente per un intervento che ancora non sapevo. Ero arcistufa di mascherina, di compilare fogli autodichiaranti il mio stato di salute, prima di entrare in ospedale, stufa di parlare con un plexiglas davanti! Quindi mi fiondai alla Promocamera il 25 marzo e mi feci vaccinare. Festeggiammo anche il nono compleanno di Allegra, sempre a casa, insieme alla sua amica del cuore Maria e i suoi genitori, amici veri: Leonarda e Amedeo. Ma ancora la data dell’operazione non si vedeva nemmeno all’orizzonte!

Arrivò anche la Pasqua pandemica, oltre al Natale e arrivarono anche i miei 45 anni, in Sa Die e Sa Sardigna. Ebbi un bel regalo. Il giorno prima il chirurgo, Dott. Alessandro Fancellu mi comunicò la data dell’intervento, insieme alla Dott.ssa Ara e a mio marito. Mi avrebbe operato il 13 maggio. La gioia di sapere la data, fu più forte della paura dell’operazione. Finalmente l’attesa era circoscritta ad una data.

Oscar aveva già acquistato per me, tutto l’occorrente per l’intervento, un mese prima: reggiseno post mastectomia, pigiami, ciabatte e intimo e mi esortò a preparare il borsone. Il 12 maggio mi sottoposi ad un’altra scintigrafia, stavolta mirata solo allo studio dell’ascella sinistra, per scovare il linfonodo sentinella.

Siccome l’intervento era fissato il 13 maggio, per mezzogiorno, mi ricoverarono la mattina presto di quello stesso giorno. Lasciai le bambine a mia madre che le portò a scuola e mi accompagnò Oscar. Lo salutai sulla porta del reparto di Chirurgia. Lo avrei visto solo alla dimissione, causa misure anti-Covid. Mi assegnarono una stanza doppia insieme a Maria di Sennori, che avrebbe fatto la quadrantectomia. Presi possesso del letto e del mio armadietto. Mi cambiai e dopo che Maria scese in sala operatoria, venne il chirurgo plastico a tracciare a pennarello delle linee sul mio petto e sull’addome. Nell’attesa ho iniziato a leggere il meraviglioso Mondo senza fine di Ken Follet.

A mezzogiorno arrivò la lettiga, mi fecero la preanastesia e mi portarono alle sale operatorie. Poco prima di assopirmi, per via della preanestesia, incrociai lo sguardo del caro papà di Luca, coetaneo e compagno di asilo di Allegra. Lo riconobbi, attraverso la sua mascherina e la sua cuffietta, solo dopo qualche secondo. Vedere una faccia amica fu un sussulto al cuore. Grazie Fabrizio.

Rientrai in stanza, quasi perfettamente in me, alle ventuno. Oscar, rimasto nei dintorni della clinica, dal pomeriggio, insieme alla cugina Stefania, aveva chiamato non so quante volte in reparto. Finalmente, ancora intontita, risposi al telefono e tranquillizzai sia lui che le bambine.

Il seno era completamente fasciato. Avevo due drenaggi e un catetere. L’indomani il chirurgo venne a salutarmi. Mi disse che l’intervento, eseguito a quattro mani insieme all’equipe dei chirurghi plastici del Dott. E. Trignano, era andato molto bene. Il linfonodo sentinella era risultato negativo, si era potuto procedere con la ricostruzione immediata e si era riusciti a conservare il capezzolo e la pelle della mammella. Appresi tutto felicemente, ma la cosa più importante era che il linfonodo fosse negativo. Grazie al Cielo mi ero risparmiata lo scavo ascellare.

Vennero anche i plastici quella stessa mattina, per assicurarsi sul mio stato e medicarmi la ferita. La zona era completamente insensibile. Non dovevo assolutamente muovere il braccio sinistro per non rischiare di spostare la protesi. Passai la prima giornata a letto. Ma in seconda giornata, il catetere venne levato e potei alzarmi e andare al bagno.

Nel post-intervento non si prova nessun dolore al seno. Sentivo più dolore invece per l’asportazione dell’unico linfonodo, ma nel giro di un mese, sparì. Venni dimessa dopo sei giorni con ancora un drenaggio. Potevo dormire solo supina. Inizialmente medicavo la ferita ogni due/tre giorni. Giravo in casa come un automa, con una borsettina porta drenaggio e mi chiedevo come diavolo facessero le donne a voler cambiare taglia di seno, con tutto quello che comporta non alzare il braccio, ma solo l’avambraccio al massimo di quarantacinque gradi!

Mi liberarono dal drenaggio dopo un paio di settimane. Dopo un mese dall’intervento iniziai a muovere l’arto. Non riuscivo a sollevarlo, provavo dolore. Feci gli esercizi consigliati dai plastici e in poco tempo riacquistai la completa mobilità. Era passato poco più di un mese dall’intervento. Mi chiamarono dalla SMAC per fare la visita postoperatoria col chirurgo. Il Dottor Fancellu mi disse che ci saremo visti in autunno e che da quel momento avrebbero affidato le mie cure al reparto di Oncologia. Chiesi se potessi essere seguita da un’oncologa in particolare. Mi dissi infatti che, dietro un uomo speciale come lui, non poteva che esserci una donna altrettanto speciale. Fui accontentata. Nel consulto, la Dott.ssa Valeria Sanna, mi spiegò molto chiaramente il lungo protocollo che avrei seguito. Una strada lunga cinque anni…

Lo step chirurgico era concluso. Dovevo iniziare invece ad accettare quella parte del corpo insensibile, estranea, diversa dalla naturale tetta destra. Non riuscivo a digerirla. Così diversa da quella che avevo sempre avuto e visto e sentito! Inconsapevolmente avevo iniziato a provare ostilità per quel seno sinistro, che mi diede problemi fin dal 2007, culminati con la doccia fredda del 23 febbraio.

Ma capitò che un giorno iniziai a vedere quella mammella con occhi diversi. Non era più il seno sconfitto dal cancro, il seno malato, il seno portatore di sfiga! Ma la mammella che aveva vinto una dura battaglia. La mia tetta guerriera insomma!

Ora la guardo e vedo, con le sue due cicatrici, una tetta che ha combattuto, che ha allattato, nutrito, saziato, rilassato, coccolato e confortato le mie bimbe per tre beati e lunghi anni. Un seno nuovo di zecca. Un seno simbolo e ancora manifesto di maternità, femminilità e accettazione della nuova me.

Questo pezzo è per voi:

Colleghi di scuola, Mammine di Aprile, Dott.ssa Ara, Dott. Fancellu e la sua equipe, la SMAC, Dott. E. Trignano e tutta l’equipe di Chirurgia plastica, il Reparto di Chirurgia in cui mi sono sentita a casa.

Lorella Sini

8 risposte a “Si fa presto a dire chemio… (Parte IV)”

  1. in bocca al lupo, carissima guerriera.

    "Mi piace"

    1. Viva il lupo Giusy ❤

      "Mi piace"

    1. Amiche noi ❤. Lo siamo dal 2011 grazie ad un forum “mammesco” e da allora siamo legate a filo doppio, con altre belle donne, mamme, sorelle, zie… 💐💐💐

      "Mi piace"

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: