Ricordi

Scelsi il Figari dopo averla spuntata con mia madre (infatti pensava che il Classico o ancor meglio le Magistrali, fossero per me scuole più azzeccate), venni comunque criticata da una parte di conoscenti e ammirata da altri.

Criticata perché mi stavo iscrivendo nella scuola più facile, quella per chi non ha voglia di studiare, di struggersi sui libri, di sgobbare sulle materie scientifiche (infatti, tranquilli, dal secondo fino al quinto anno ho seguito solo quattro ore settimanali di Chimica, alternando l’organica e l’inorganica; a casa di mia mamma si trovano quaderni zeppi di appunti, appunti che, mio marito, prese a lezione alle Industriali, in sezione A, quella dei Chimici appunto!).

Per non parlare della Fotografia, attività laboratoriale, nei primi tre anni, abbinata alla Grafica pubblicitaria, anch’essa laboratoriale e poi, negli ultimi due anni di scuola, abbinata alla Tecnologia.

Ma a quattordici anni scelsi e decisi, già ribelle, di iscrivermi proprio lì! Mi ribellai a mia mamma che mi vedeva sprecata per quella storica scuola, che conosceva fin dai tempi della sua gioventù, mi ribellai a mia nonna che quella scuola la vedeva come l’ultima delle ultime, feci una scelta differente rispetto agli amici e compagni della scuola media che si buttarono, i più bravi nei tre licei cittadini; quelli medio bravi nei tecnici; quelli che non sapevano se sarebbero arrivati al diploma nelle professionali, ma almeno potevano fermarsi al terzo anno con una qualifica.

E poi c’era l’Istituto d’Arte: una scuola che non era ancora un liceo, com’è invece oggi, non era un tecnico, ma non era nemmeno un professionale! Insomma chi decideva per il Figari, decideva per una scuola fuori dalle righe, fuori dagli incasellamenti, fuori dalle strutture preconcette e precostruite!

Negli anni ’80/’90 parlavano dell’istituto d’Arte di Sassari come la scuola in cui ci andavano i drogati, gli sballoni, quelli fuori e quelli strani, quelli né maschi né femmine, per dirla come avrebbe detto mio padre e, con lui, tutta la sua generazione. Ed in effetti i modi più gentili, la sensibilità più disarmante e la conoscenza musicale più profonda, la conobbi proprio al Figari, grazie sia agli etero, ma soprattutto grazie agli studenti bisex e omosessuali, i quali, spesso però, abbandonavano il corso di studi, anche prima di prendere il Diploma di Maestro d’arte al terzo anno e, ancora, in pochi arrivavano alla Maturità, schiacciati da prese in giro quotidiane troppo pressanti e pesanti. Il termine bullismo arrivò molti anni dopo a scuola e in famiglia e nei corsi di formazione e aggiornamento per i docenti.

La prenderei a calci quella gente, che dava aria alla bocca solo per pregiudizio e l’avrei trascinata in quel piccolo patio, in quel cortile interno, in cui si poteva uscire, nell’intervallo tra le lezioni, come lucertole nelle giornate riscaldate dai primi soli primaverili, per consumare un panino, rigorosamente alla mortadella, preso in via Quarto, in un negozietto che non esiste più da più di un decennio. O scaldarsi al sole di maggio, seduti sul marciapiede a occhi chiusi appoggiati al pilastro, fuori dal laboratorio di Grafica pubblicitaria, tra la via Pompeo Calvia e la via Quarto, che ti faceva pregustare l’inizio dell’estate, un’estate che ti eri sognata tutto l’inverno.

Mi viene in mente così Germana Caria, appoggiata a uno dei pilastri fuori dal laboratorio, naturali ricci castani mossi da una lieve brezza primaverile, a prendere il sole. Tre anni più di me, cinque anni assieme, in una classe di sassaresi: in ciabi pochi, biddinculi tanti.

Lei era di Li Punti. Ricordo la sua risata, la sua bellezza, la sigaretta tra le dita, i suoi Lewi’s jeans, la matita e il mascara. La ricordo sotto l’ombra di un bel naso👃, quello del suo primo ragazzo importante, di F. un ricciolone che aveva occhi per lei sola, mentre lei sentiva farfalle nello stomaco e violini in testa al suo passaggio dinoccolato.

Era alta Germana. Io, al confronto, ero alta un metro e tanta voglia di crescere. Nei primi due/tre anni di scuola, non legammo molto. Nel senso che tre anni in più in quella fase d’età erano un abisso. Io stavo con le compagne che avevano la mia età, mentre lei stava soprattutto in compagnia di sue coetanee della classe, quali Simonetta, Tiziana, Carlotta, M.Letizia. Loro andavano all’Atrium il sabato sera, mentre io non ci misi mai piede.

Al quarto e quinto anno, quando la nostra classe venne accorpata con gli studenti del laboratorio Tessile e conobbi tante compagne di classe nuove (come Serena, Daniela, Rita, Margherita, A.Franca…), ebbi la fortuna di conoscerla più a fondo. Nel frattempo il gruppo classe era cresciuto in età e aveva raggiunto la maturità dei diciott’anni, tra lezioni assieme, qualche feria ad Alghero a bordo di un treno senza brio, un viaggio d’istruzione a Cagliari alla Cittadella dei musei, ad ammirare le stampe di Goya, insieme alla prof.ssa Mundula. Quante foto quel giorno! Foto di un’età che non c’è più, se non nei nostri ricordi.

Mi fanno sorridere ancora adesso espressioni amicali che uso ogni tanto con le mie figlie e che mi fanno sorridere ancora, come: Testa di Gina, attaccati al crocco, zi vidimmu alla Torres o a Pratamona? Insomma chicche di sassareseria pura per dirla come avrebbe detto il Prof., ordinario di Letteratura Italiana, N. Tanda, nella mia Facoltà.

Fu il periodo in cui mi innamorai o meglio, quella cotta che mi presi al terzo anno divenne, in quarta e in quinta, innamoramento vero. Era uno dei due compagni di classe coi quali feci l’intero quinquennio. Tra i due mi innamorai del più bello, dai capelli lunghi, lo sportivo, quello intelligente e ironico, generoso e dolcissimo. Non fu solo Germana a tifare per la nostra storia. Furono tutte le compagne di classe e tutti i docenti che videro una ragazza acqua e sapone realizzare una fiaba.

Ci fu anche lo zampino di Germana nella mia storia d’amore. Fu lei che smorzò le sue perplessità sul fatto che non abitassi in città ma in paese, ma presto, con la patente, avrebbe potuto raggiungermi facilmente.

La ricordo, come lucertola al sole, nel giardino interno della sede centrale in viale Mancini. Giardino attraverso il quale si accedeva ai laboratori storici della scuola, passando prima  per il disimpegno ottagonale, che ospitava, su un alto piedistallo, la Venere di Milo che, per ogni studente, rappresentava la statua greca per eccellenza, che ognuno di noi, almeno una volta, toccò per scaramanzia prima di un interrogazione. Per saggiare la freschezza e il biancore del gesso ormai ridotto ad un bianco ingiallito dall’umidità, profanato dagli scarabocchi e dalle firme di qualcuno che volle lasciare il proprio nome ai posteri.

Quella Venere era per gli insegnanti e per gli studenti un simbolo di tante cose: della scuola, dell’Arte greca, della perfezione e dell’armonia del Classicismo. Quell’opera mi riporta al mio primo insegnante di Storia dell’Arte: il Prof. Pirisino: con lui, a quattordici anni, studiai l’arte classica comprendendone pienamente il senso solo con l’Università, grazie ai docenti, del Dipartimento di Filologia classica di Lingua e Letteratura Latina prof. Luciano Cicu, grazie alla prof.ssa torinese di Filologia Latina Giuseppina Magnaldi e al mio relatore, allora non ancora ordinario di Storia dell’Arte, Aldo Sari. Ma la lezione vera, i miei docenti mi scuseranno, la appresi dall’Arte stessa di Fidia, Policleto, Prassitele, Alessandro di Antiochia e visitando i Musei Vaticani e quelli Capitolini a Roma, il Louvre, il British, gli Uffizi, il Prado, il Metropolitan a NYC…

https://www.google.com/amp/s/www.lanuovasardegna.it/tempo-libero/2018/10/13/news/afrodite-in-salvo-al-figari-1.17351690/amp/

L’amore per la Storia dell’arte, quattro ore a settimana per cinque anni, passava anche per quell’Afrodite scultorea senza braccia che mi mostrava i suoi seni, in un leggero lenzuolo drappeggiato che le nascondeva le gambe tonde e armoniose come solo i Greci e il loro Canone. Venere profana e profanata da giovani artisti, magari appartenenti alla Goliardia Turritana, nella cui sede, appena immatricolata in Lettere Moderne, ebbi la fortuna, riservata solo a pochi eletti, di venire ospitata per assistere ad una adunza in P.zza Università al civico 21.

https://www.uniss.it/node/8378 https://instagram.com/unissgram?utm_medium=copy_link https://m.facebook.com/associazionegoliardicaturritana/?locale2=it_IT

La V G

Ecco Germana, lì al centro, in mezzo a tutti noi. Ed è lì che ancora è. Tra noi col suo sorriso, la sua grinta trainante e la sua solarità. Ciao Germana.

3 risposte a “Ricordi”

  1. La vita offre ottime opportunità, proprio una bella classe!

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    1. Lo eravamo davvero. Eravamo una classe quasi totalmente al femminile, provenivamo da varie parti della provincia. Avevamo età varie.
      Ma eravamo una classe molto legata e di una sensibilità profonda. Col tempo siamo anche migliorati, come succede al vino. Solo uno è diventato aceto! 🤣

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