Si fa presto a dire chemio (parte I)

Due giorni fa mi sono sottoposta all’undicesimo e penultimo ciclo di chemioterapia al Santissima Annunziata di Sassari. Lo voglio raccontare.

Sono uscita da casa verso le 8.30, insieme a mio marito e alle mie figliole -la mia famiglia infatti mi ha sempre accompagnato in tutte le ultime dieci settimane, dal 26 giugno fino al 7 settembre appena passato-. Mio marito, come sempre, mi ha accompagnato in macchina fin davanti all’ospedale. Prima di scendere dall’auto gli do un bacio, mentre le mie bambine mi salutano dai loro seggiolini, una indolente e assonnata, l’altra sorridente e già piena di energia di prima mattina. Scesa dall’auto, prima a una poi all’altra, do loro un bacio ciascuna, attraverso i finestrini, mostrandomi forte e coraggiosa, perché non voglio che pensino, durante la mia assenza, alla loro mamma remissiva che avrebbe tanto voluto fare altro in quelle prossime tre ore.

In attesa dell’ascensore, che mi porterà al quinto piano, dove si trova l’Ambulatorio Accessi Vascolari per il controllo settimanale del PICC, sono presa da una sorta di adrenalina, non solo per il cortisone che ho in corpo, ma soprattutto pensando che a breve farò la penultima. Le porte dell’ascensore si aprono ed escono due persone: una delle due, mi pare di conoscerla. Dico mi pare perché ormai, dopo un anno e mezzo di mascherine in volto a coprire bocca e naso, si stenta quasi a riconoscere la propria madre! Ma nonostante la mascherina la riconosco: è la madre di Marigrace, scesa dal sesto piano di Ortopedia, dove ha lasciato sua figlia e mia comare, su una sedia a rotelle, per via del gesso a metà gamba! Ci salutiamo in fretta perchè non voglio perdere l’ascensore e salgo al sesto, piuttosto che al quinto, tanto sono arrivata dieci minuti in anticipo rispetto all’appuntamento per il PICC.

La vedo di spalle, mentre armeggia col telefonino e le faccio una sorpresa! È felice di vedermi, non se l’aspettava! Le guardo il gesso con gli scarabocchi, traboccanti d’amore, dei figli e, pennarello alla mano, mi accovaccio al gesso, spezzando la sua tensione e strappandole un sorriso e prima che entri a fare il suo controllo post-intervento, le disegno anch’io qualcosa. Ne esce fuori un cuore con sotto il mio nome, che va ad inserirsi tra le figure realizzate dai figli. Ci lasciamo e corro al piano di sotto.

Di solito, nei due mesi che hanno preceduto settembre, ho sempre fatto tutta la procedura inerente il PICC (acronimo che sta ad indicare il Catetere venoso Centrale ad inserzione Periferica, inserito nel braccio destro a metà luglio, per salvaguardare il mio patrimonio venoso, che i farmaci chemioterapici avrebbero danneggiato), quali: lavaggio, controllo del ritorno ematico e medicazione, all’incirca alle otto e mezza. Di solito non ho mai fatto lunghe file per far controllare il mio prezioso PICC, invece avantieri, prima di me, c’erano almeno dieci persone in attesa. Mi faccio prendere dalla mia solita ansia che, nel frattempo a causa del ritardo, diano la poltrona per la chemioterapia ad un altro paziente. La procedura è come sempre molto veloce, dura solo cinque minuti di orologio e, alle nove e venti, sono in Oncologia, pronta per affrontare la mia undicesima sessione venefica.

Il libretto rilasciato in reparto per registrare le medicazioni e i controlli del PICC.

Dopo un paio di minuti nella sala d’attesa del reparto di oncologia in day hospital, la poltrona mi chiama al mio dovere, o meglio mi chiama, per nome, l’infermiera addetta alla Sala numero due.

Mi piace la confidenza che si è instaurata con tutte le infermiere, senti di far parte di una realtà e luogo familiari. Solamente una volta entrata, mi ricordo che non ho preso il mio secondo caffè ☕ al bar interno dell’ospedale, essenziale per me, visto che il primo l’ho bevuto stamattina alle 5! E pazienza mi dico, facciamoci quest’undicesima sessione di flebo, senza la mia dose di caffeina e pazienza se mi addormento a causa dell’antistaminico!

Entro nella sala e Angela mi fa scegliere, come al solito, la poltrona in cui accomodarmi. Mi attacca subito la prima delle quattro flebo, che non sono di vetro come si potrebbe immaginare, ma di plastica. Sono le 9.30 e ne avrò per tre ore.

Le nuove poltrone del reparto, arrivate dopo Ferragosto, sono comode e confortevoli. Sono seduta a fianco ad una poltrona già occupata da una signora che ho intravvisto in altre occasioni, ma che non conosco. Dopo qualche minuto mi rivolge la parola, incuriosita dal fatto che fossi un’insegnante. Infatti poco prima, guardando il video musicale di Morandi e Jovanotti alla TV, commentavo con Angela, quanto ci piacesse la musica d’autore, piuttosto che i tormentoni estivi mordi e fuggi, tanto amati invece dagli alunni delle mie classi, i quali spesso, durante l’intervallo tra le lezioni, mi lanciano pluri-richieste a raffica su YouTube per guardare e ascoltare i loro brani tormentone. Io li accontento quasi sempre, come se fossi una deejay, materializzatami a scuola per uno strano caso!

Alla mia compagna di terapia e vicina di poltrona, confermo di essere un’insegnante e iniziamo a parlare. Perché le sale terapia, se trovi un/a vicino/a di poltrona a fianco a te, che ha voglia di parlare, sono fatte proprio a misura di condivisione e confidenza.

Dopo poco scopriamo, in barba alla mascherina, ai miei capelli completamente canuti e alle sopracciglia visibilmente diradate e in barba al suo copricapo, di essere state colleghe solo due anni prima, nella medesima scuola. Non siamo due vecchie rimbambite, credo che siamo coetanee, o giù di lì. Semplicemente non ci siamo riconosciute a prima vista, come invece ci saremo riconosciute in un’altra situazione.

Infatti il cancro ti cambia. Ti cambia fuori. Ti cambia dentro. Sembrano frasi fatte, di una che lotta con la malattia da anni. Grazie al Cielo invece sto lottando solo dal 23 febbraio scorso. Giorno in cui uno dei chirurghi senologi della SMAC, che prese in carico la mia situazione clinica, mi ha letto e tradotto l’istologico in parole chiare. Il nodulo di 9 mm presente nel mio seno sinistro e scoperto attraverso una mammografia di routine, asportatomi chirurgicamente tredici giorni prima, era risultato maligno.

Quella mattina ero andata alla SMAC, come sempre accompagnata da mio marito, dopo aver lasciato le bambine a scuola. Ero andata in particolare per medicare la ferita post biopsia chirurgica, ma soprattutto con la speranza fosse arrivato l’istologico, a liberare me e mio marito dall’ansia che ci attanagliava ormai da più di un mese, quando durante l’ecografia, anch’essa di routine, si vide chiaramente una calcificazione dai bordi irregolari.

La mia mente mi portò alle cose che avrei voluto sentirmi dire. La prima cosa che pensai è che fosse un errore. La seconda cosa fu che anche questa calcificazione si sarebbe rivelata benevola, come quelle trovatevi tre anni prima, nella stessa mammella. La terza cosa che pensai fu quella di uscire dallo studio per dirlo a mio marito, seduto in sala d’attesa, per cercare conforto e sdrammatizzare sulla situazione. Ora so che furono meccanismi di difesa messi in atto involontariamente per cercare una salvezza dalla dura realtà che si stava preannunciando: ossia la paura della paura stessa. Perché quello che pensi è che non ti debba succedere. Ma scherziamo? Dio ti vuole troppo bene, perché ti accada qualcosa di brutto. Ma poi, su sette miliardi di persone nel mondo, ma perché dovrebbe capitare proprio a te, Lorella?

La paura che porta il nome di cancro, tumore, carcinoma mammario, nodulo maligno, insomma quello che mi ha sconvolto in questi nove mesi e, insieme a me, ha trascinato anche mio marito e le nostre bambine, in un frullatore alla massima velocità. Quella paura ha sfiorato mio padre; ha toccato il cuore di mia madre; ha paralizzato mio fratello; ha fatto piangere, subito dopo aver condiviso con lei l’istologico funesto al telefono, l’amica mia Barbara; Leonarda ha affidato la mia guarigione alla Madonnina; Emanuela ha sentito i duecento km di distanza tra noi e tra il Logudorese e l’Ogliastra, una lontananza insopportabile; ha reso increduli i miei cari e quei pochi amici a cui l’ho detto all’inizio; ha spiazzato i miei colleghi che, speravano con me, l’istologico avesse avuto pietà.

La cosa peggiore è accettarlo. Accettare che alcune cellule del tuo corpo siano impazzite, accettare di essere malata, nonostante il nodulo fosse stato completamente asportato. Infatti ho passato i primi mesi a chiedermi, insieme a mio marito, per quale ragione siano impazzite le mie cellule e inoltre, sempre quel tarlo, perché proprio a me? Perché…?

Pubblicato da Lorella Sini

Ho 45 anni, sono sarda e vivo in Sardegna. Sono figlia, moglie, mamma, insegnante e creativa. In discussione con me stessa da una vita, ho aperto il blog per parlare del mio cancro e di molto altro. Libri, viaggi, emozioni e ricordi, genitorialità, letteratura per l'infanzia, Arte, alimentazione, Fotografia, riciclo creativo e vintage, giardinaggio e altro...

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