Intrecci

La vita spesso ti mette di fronte a situazioni diverse e complicate e sovente, momenti del genere, non arrivano singolarmente, prima uno e poi l’altro, oppure col preavviso.

Lo sa bene MariGrace, un’Amica, che accidentalmente in questi giorni di inizio settembre si é fratturata un piede scivolando in casa, sull’ultima delle soglie lignee della scala, appena montate dal falegname. Un incidente che le è valso un intervento in ortopedia, un incidente per il quale non ha potuto essere a fianco del suocero, nei suoi ultimi istanti di vita, stringendogli la mano, perché bloccata in un letto d’ospedale, senza potersi muovere.

Le cose accadono e spesso non sappiamo il perché. Vorremo sapere il perché degli intrecci situazionali, il perché le cose arrivano, il perché non arrivano mai sole. Invece arrivano e stop!

Così ieri ho incontrato un caro compagno di classe, tempo fa molto più che caro e, insieme, siamo andati a dare, a casa, l’estremo saluto al signor Tore, che per me, con la nascita del figlio di MariGrace, è diventato Nonno Tore. E mi sono rimbalzati, proprio in quel momento, immagini e ricordi di una vita fa.

Mi sono venuti in mente i corridoi, le aule, le file di genitori -accompagnati dai figli- per i colloqui con gli insegnanti, nel plesso centrale dell’Istituto d’Arte Filippo Figari, in V.le Mancini a Sassari, dove ho studiato per cinque anni. Un lustro tra i più belli e spensierati della mia vita. Mi è venuto in mente nonno Tore, perché lui, insieme a mia mamma, era tra i pochi genitori che puntualmente si recava a quell’appuntamento, fissato una volta a quadrimestre, a scuola. E l’ho visto camminare con passo ciondolante e dinoccolato, insieme al figlio, mio compagno di classe, cercando le aule e i docenti con cui parlare. Avevo quattordici anni e quel babbo mi stava simpatico, perchè scambiava sempre una battuta veloce con mia mamma, quando ci incrociavamo. Inoltre, per me, quell’uomo rappresentava un’eccezione! Un’eccezione che non avevo mai visto in paese, almeno fino alla scuola media. Ai miei colloqui accompagnavo sempre mia mamma, mai mio padre, impegnato sempre col lavoro. Quindi per me, per le mie vedute, molto periferiche di allora, Nonno Tore rappresentava la trasgressione 😆.

Mi è rimbalzato anche un altro ricordo, più recente di questo. Il figlio di nonno Tore, scelto come mio testimone di nozze, pochi giorni prima del matrimonio, mi chiese se avessi gradito la presenza di suo padre, durante la celebrazione del matrimonio, in qualità di fotografo amatoriale. Non ebbi dubbi. Risposi di sì entusiasta.

Quell’album l’ho sfogliato stamattina, non mi succedeva da anni. Fu l’unico album fotografico che ebbi, per più di un anno e mezzo dalle nozze, aspettando quello del fotografo ufficiale. Sono foto dalle inquadrature imprecise, ma che raccolgono e documentano tutta la gioia di quel giorno. E devo ringraziare Nonno Tore per questo: fu un pensiero speciale che ebbe per me.

Ma le situazioni di questi giorni si sono intrecciate ancora con altre. Un lutto porta dolore, senso di perdita, di mancanza di terreno sotto i piedi, un lutto ti tatua la consapevolezza della precarietà. Ma un lutto spesso, è l’unica cosa che avvicina i cuori, appiana i malumori, facendoci sentire vicini e uniti in quell’unico grande dolore, avvicinandoci al perdono. Spesso. Ma non sempre. Perché se non si ha la predisposizione al perdono, e non intendo quello cristiano, ma quello individuale e del cuore, anche il lutto più straziante, non potrà niente e purtroppo rimarrà fine a se stesso.

Intrecci di situazioni, di momenti, di destini, ma anche di sentimenti e di atti umani, come la rinuncia al rancore e al risentimento. A volte gli intrecci si sciolgono e i fili sciolti e ormai dipanati diventano per alcuni percorsi, rette, strade da seguire, senza volgere mai lo sguardo indietro, senza vedere le altre innumerevoli possibilità, perdute in quel groviglio ormai sciolto, nella convinzione presuntuosa che solo una sia la strada da seguire, da intraprendere.

Il perdono apre le porte, apre la mente alle possibilità, alle probabilità. Il rancore ti imprigiona, ti fissa in uno spazio finito, lungo una retta tracciata fin dall’inizio del percorso, come in un disegno geometrico, dove non c’è spazio per la libera creatività. Ma la vita non assomiglia, con tutte le sue innumerevoli possibilità, ad una tavola di disegno tecnico e chi la pensa e la vive cosi se ne stia pure dentro quello spazio finito del foglio. Io preferisco di gran lunga lo spazio infinito con le sue innumerevoli possibilità.

Intrecci e trame in natura

Lorella Sini

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Pubblicato da Lorella Sini

Ho 45 anni, sono sarda e vivo in Sardegna. Sono figlia, moglie, mamma, insegnante e creativa. In discussione con me stessa da una vita, ho aperto il blog per parlare del mio cancro e di molto altro. Libri, viaggi, emozioni e ricordi, genitorialità, letteratura per l'infanzia, Arte, alimentazione, Fotografia, riciclo creativo e vintage, giardinaggio e altro...

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