Spalle al muro

Spalle al muro

Continuazione di Si fa presto a dire chemio (Parte III)

Mi sentivo come se fossi in una bolla, dentro una bolla di sapone. Il chirurgo parlava, seduto su una poltrona dietro il plexiglas anticovid, mentre Oscar interagiva con lui. Io ero dentro una bolla, come chi sente male perché ha le orecchie ovattate. Come quando ti rilassi, facendo il morto a pelo sull’acqua che incornicia il tuo volto, coi padiglioni dentro le onde salate e senti il brusio degli spiaggianti, le urla attutite dei bambini sul bagnasciuga, ti chiama tua figlia che sembra a mille miglia di distanza da te, interrompendo bruscamente il relax e il tuo essere tutt’una con l’acqua, con il mare, con le onde che ti cullavano fino a poco prima.

Invece nessuna ninna, nessun relax in quella male-benedetta sedia 💺 della SMAC. Anzi! Sentivo spilli da sarta spuntare dalla seduta, così tanti che, lo ricordo ancora bene, dal momento in cui mi risedetti, insieme a mio marito, non riuscii a sedermi bene, ma mi accomodai sul bordo, a metà seduta, certa di scappare, pronta ad osare la fuga in qualsiasi momento, volevo andare via il prima possibile. Volevo che quel consulto fosse veloce, come se quella sedia bruciasse e non so come accadde, mi ferii la nocca dell’indice, che iniziò a sanguinare. Presi un fazzolettino di carta dalla borsa e me lo fasciai alla belle meglio.

Nella mia testa la vocina continuava a raccontarsela: non è vero, è tutto un malinteso, un grande bluff! Ora il senologo guarderà meglio il nome sul referto, strabuzzerá gli occhi e finalmente si accorgerà che non è sopra di me che è caduta la malasorte, ma su un’altra donna che sta pregando in sala d’attesa, aspettando di entrare.

Ma non fu così. E mi risuonavano ancora in testa le parole che dissi al chirurgo nel momento in cui iniziò a parlarmi del nodulo maligno, questo prima che andassi a chiamare Oscar.

Mi scusai e lo interruppi quasi subito, chiedendogli se potevo dire due parole. Avrà pensato, insieme alla specializzanda a fianco, che gli dovessi chiedere chissà cosa. Una domanda intelligente, qualcosa come un nodo che mi attanagliava e che avrebbe sciolto con la sua competenza. Invece le due parole che dissi, uscitemi dalla bocca, scollegata dal cervello, furono semplicemente: STI CAZZI!

Un’espressione che in quel preciso momento usciva dal cuore e dall’anima miei e che rese a meraviglia il mio sconcerto e la mia incredulità e che ho pronunciai in maniera spontanea, nel tentativo malriuscito, di sdrammatizzare una situazione tragica che mi pesava già; nel tentativo di scaricare la tensione accumulatasi nei tredici giorni precedenti, in attesa dell’istologico.

E poi l’espressione riassumeva bene il mio disorientamento. Sti cazzi non lo voglio un cancro, un tumore, un carcinoma alla tetta! Ma sti cazzi proprio a me! Sti cazzi sto per morire! Sti cazzi non sono manco andata ad Ercolano e Pompei! E nemmeno a Palermo, ad ubriacarmi di arte araba e ad Assisi, ad immaginare Giotto mentre dipinge le storie di San Francesco e, a Gerusalemme, a vedere il Muro del pianto!

Ad ammirare i mosaici di Ravenna nel Mausoleo di Galla Placidia e voglio commuovermi ancora guardando la volta della Sistina nella Città Eterna! E voglio andare in Kenia, per ritornare a casa col mal d’Africa e a Napoli a gustare il migliore dei caffè e all’Ermitage di San Pietroburgo e a vedere la Pietà in San Pietro a Roma e a Oslo per Munch e sti cazzi voglio proprio vedere dal vivo il sole di mezzanotte e l’aurora boreale a Capo Nord.

https://www.nauticareport.it/dettnews/report/capo_nord_il_sole_di_mezzanotte_e_laurora_boreale-6-9095/

Voglio ritornare a Parigi, a NYC e a Barcellona: la città che da sempre mi fa stare incantata! E voglio andarci con le bambine e il marito per contare insieme le migliaia di pezzi di ceramica smaltata, nel lucertolone di Gaudì. E voglio riprendere L’idiota di Dostoevskij, abbandonato alla trecentesima pagina, non so quando! Ne ho di cose da fare!

Ma avevo un maledetto cancro!

Il chirurgo ci illustrò il protocollo medico che comprendeva l’intervento e a seguire i cicli di radio o di chemioterapia, una delle due, a seconda dell’operazione a cui mi sarei sottoposta. Mi consigliò di continuare l’attività lavorativa, infatti stare a casa a rimuginare non mi avrebbe certamente aiutato. Ci teneva a dirci che per quanto mi riguardava potevo stare serena, avrei iniziato un percorso con un solo obiettivo: guarire. Mi aggrappai a quest’ultima parola, pronunciatami con un tono convincente e da lì iniziai a dare fiducia al chirurgo, aggrappandomi a quella parola come si aggrapperrebbe un free climber a mani nude alla roccia.

Mentre il medico ci salutava, io e Oscar ci alzammo dalla sedia e uscimmo dallo studio, con un cuore pesante. Dovevamo trattenerci con Anita, la tutor della SMAC assegnatami. Ma presi da mille pensieri imboccammo la porta dell’uscita senza ricordarcene. Anita ci richiamò e ci condusse dentro un altro ufficio. Qui non c’era più il chirurgo a parlarmi di guarigione, di intervento chirurgico, di linfonodo sentinella, di lista d’attesa, di consulti plastici, oncologici, di trattamenti chemio e radioterapici.

C’era solo Anita insieme a noi: un donnone biondo, con due occhi celesti. Fu molto materna con me, si accorse che ero in un altro pianeta e con la sua gentilezza mi riportò sulla Terra… Guardavo il mio dito sanguinare e mi chiedevo, nel frattempo come avessi fatto a ferirmi, probabilmente mi ero graffiata con la zip della borsa. Anita guardò dentro i miei occhi e allora piansi, piansi le lacrime che ero riuscita a trattenere fino a quel momento. Piansi perché non sapevo cosa ne sarebbe stato di me, piansi perché vedevo Oscar preoccupato e impotente, piansi perché pensai ad Anna, mia suocera, venuta a mancare ormai da sette anni, a causa di un tumore. Piansi le lacrime di una mamma che non vuole lasciare sole le sue bambine e che vuole vederle crescere.

Io che non feci mai un tiro di sigaretta, io che non feci un tiro da quell’unico spinello che, facendo il giro, mi venne offerto a diciott’anni, in una scampagnata di classe nella primavera del ’95, quattro mesi prima della maturità; io che bevo un bicchiere di birra o di vino –rosso grazie!-, solo se a tavola e sempre in compagnia. Io che nonostante abbia frequentato l’Istituto d’Arte negli anni in cui circolavano strane sostanze, non vidi MAI nessuno, nemmeno per sbaglio, offrirmi e offrire qualche pasticca o polvere.

Quel 23 febbraio feci i conti col mio stato di salute e mi sentii spalle al muro, senza scelta, se non quella di seguire un protocollo sanitario che terrorizza, fa paura, ti mette all’angolo. Altri avrebbero scelto per me. Nei mesi a seguire infatti feci i conti con tutte le visite specialistiche da programma, controlli che andarono a fondo cercando ancora chissà quale altra malasorte, oltre al nodulo. Le visite, di per sé, non furono invasive, a parte le scintigrafie fatte in Medicina Nucleare, dopo le quali non potei stare a contatto con le bambine nelle 24 ore successive, isolandomi in camera da letto, per mantenere la distanza. Le visite furono indolori, invece l’attesa dei referti dopo ogni controllo, quella fu la cosa più dura e più angosciante. Continuavo ad andare a scuola, ma sovente vincevano i pensieri e io mi isolavo dalla realtà.

Quando io e mio marito lasciammo la SMAC, eravamo attoniti, straniti, increduli da ciò che avevamo ascoltato. Sembravano lontani quei giorni in cui speravo, mi convincevo e credevo che tutto si sarebbe risolto bene. Lungo il tragitto di rientro a casa Oscar iniziò a parlare della differenza tra i due interventi prospettatimi dal medico. Io non volevo ascoltare, non volevo capire, non volevo prendere in considerazione nessun intervento. Io ancora facevo fatica a credere, ad accettare, ad ammettere di avere un carcinoma. Lui invece mi chiamava alla realtà, mi esortava a non arrendermi, a pensare a quale fosse l’intervento chirurgico migliore per me. Io ero ancora nella fase del rifiuto. IO UN CANCRO ALLA TETTA NON LO VOGLIO! Questo volevo dirgli! Questo volevo urlare in auto mentre rientravamo a casa! Questo volevo urlare a tutti!

E poi c’erano loro. Le nostre bambine.

La primogenita Allegra di quasi nove anni, tutta alla mamma. Molto sensibile, dalla lacrima facile, intelligente emotivamente e socialmente, un po’ insicura nelle relazioni sociali e per questo per nulla leader, bensì gregaria, sognatrice, fantasiosa, mente creativa. Il suo nome l’ho scelto io, vedendo un film commedia con Will Smith, in cui un personaggio femminile, che interpretava una giovanissima e ricca ereditiera, portava il nome Allegra. Mi è piaciuto da subito, perché mi sembra molto bello il suo significato: portatrice di gioia. Ed in effetti la nascita di Allegra portò questo in famiglia: gioia per la prima figlia. Gioia per la prima nipotina venuta al mondo.

Anna, la minore, ha tre anni di differenza con Allegra. Anna possiede tutta la grinta della secondogenita, Anna è dolce, paziente, generosa e altruista, è indipendente, autonoma, emotivamente più forte e socialmente aperta. Anna porta il nome della nonna paterna. Di una nonna che non ha conosciuto, mancata quando ero incinta di un paio di mesi, quando ancora non sapevo se avrei avuto un maschietto o un’altra femminuccia. Fu proprio nonna Anna, un mercoledì pomeriggio di luglio che, accarezzandomi il pancino, mi predisse un altro fiocco rosa 🎀. Il lunedì seguente ci lasciò. Fu l’ultima volta che la vidi in vita, insieme al figlio e ad Allegra, piccola di due anni e sua unica nipotina fino ad allora.

Come glielo avrei detto? Che parole avrei trovato per comunicare alle mie bambine che avevo un tumore, esprimendo calma e sicurezza e forza? Quella sera le trovai le parole. Furono parole spontanee, semplici, a misura di bambino. Parlai loro di un pallino duro che si era formato nella tetta di mamma, un pallino cattivo che era stato già levato via, ma occorreva che un medico ripulisse la zona dove si era fermato il pallino. Anna pensava solo “Povera tettina”; Allegra voleva andare più a fondo e faceva domande più precise sull’operazione: quando sarebbe stata, quanto sarebbe durata, se mi avrebbe fatto male, quanto sarei rimasta in ospedale. Insomma tutte le domande che mi facevo anch’io.

Ora, a distanza di più di sette mesi da quel maledetto 23 febbraio, mi rendo conto che quel muro non solo l’ho superato, ma l’ho proprio abbattuto con pala e piccone, come fecero i berlinesi nell”89. Ma quel muro divideva i civili di una medesima città. Il mio era un muro molto più banale, più comune, non così pericoloso. Era un muro che non innalzai quel giorno, quel muro probabilmente si fece solo più alto in quella mattina di febbraio, ma esisteva già dentro me.

Il cancro mi ha fatto fare i conti con un muro interiore di paure, di insicurezze, di fragilità infantili, di questioni irrisolte, di rapporti finiti. Il cancro ti fa vedere chiaramente chi si preoccupa realmente per te e chi, invece lo fa, per mera curiosità o solo per dovere o peggio per pietà. Il cancro fa paura e tanti non hanno il coraggio ne la forza di starti vicino: lo so perché è successo anche a me. Stare dall’altra parte e non sapere che parole dire, quali parole scegliere. Perché tutte ti sembrano banali.

Il cancro ti fa sentire sola, incompresa, diversa, sfortunata, impotente, in gabbia, senza scelta, se non quella di seguire il protocollo e sottoporti ai controlli.

Il cancro ti mette spalle al muro e ti fa assaporare quanto la vita sia preziosa e quanto valga viverla. Ma soprattutto ti fa vedere quanto la vita sia unica. Una. Una sola. Senza repliche. Buona la prima! Come direbbe un regista. La vita devi viverla, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia.

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