A lezione di spontaneo cinismo

G. Leopardi, Zibaldone

Quanto mi sarebbe piaciuto rientrare a scuola il 14 settembre, tra gli alunni delle due classi che ho lasciato il 10 maggio scorso. Tre giorni dopo infatti mi sottoponevo a una mastectomia unilaterale e sapevo che non li avrei più rivisti in quell’anno scolastico.

Come mi consigliò il chirurgo che prese in carico la mia situazione clinica, continuai a lavorare, dopo che seppi che il carcinoma era maligno. Certo l’ansia di non sapere ancora la data dell’intervento mi consumava giorno dopo giorno, ma continuai a svolgere la mia attività di sostegno a favore di due ragazzi speciali, ma non speciali perché diversi. Speciali per me.

Insegno in un Istituto Comprensivo di provincia, quello che oggi si chiama Istituto Superiore di Primo grado, ma che io e altri colleghi e anche genitori chiamiamo semplicemente scuola Media. Media. In mezzo. A metà. Una scuola a metà tra le Elementari e le Superiori.

G. frequenta la prima classe. È un ragazzino tutto tondetto che parla continuamente e spesso cerca l’attenzione mia e dei compagni per sentirsi accettato, per affermare il suo essere in classe: gli voglio bene perché è simpatico, a volte arriva al nocciolo prima di altri, nonostante le difficoltà ed è un gran curioso in tutte le discipline.

S. frequenta la classe seconda. E’ ancora più tondo di G., S. è un caciarone, ride sempre, spesso per le battute dei compagni, in una classe problematica.

Sapete quelle classi dove i docenti spendono se stessi facendo discorsi e sperando di aprire discussioni sul viver civile, sull’educazione, sul rispetto, sulla non violenza, sul bullismo, sulla differenza di genere, sul razzismo, sulla tolleranza? Tutti discorsi, sempre conseguenza di autorevoli rimproveri, che nascono da situazioni spiacevoli accaduti in classe.

Io non sono quel genere di docente di sostegno che prende posto a fianco agli alunni assegnatimi. NO. Mai fatto. Non lo feci nemmeno nella mia prima supplenza annuale, avuta a ventinove anni, in cui svolsi proprio attività di sostegno. Io nasco tra i banchi di scuola. Non nasco dietro la cattedra. Sono laureata in Lettere, ma prima nasco tra i banchi di sedici anni di studio, l’ultimo lustro dei quali frequentando l’Istituto statale d’Arte di Sassari, ora Liceo Artistico, intitolato a Filippo Figari, pittore cagliaritano, trasferitosi a Sassari, dove conobbe G. Biasi e, una volta in capitale, conobbe Salvator Ruju e a cinquant’anni divenne direttore proprio dell’Istituto che porta il suo nome e in cui scelsi di studiare.

Qui i docenti di disegno si sedevano raramente e, quando si sedevano, lo facevano sulla tua sedia, rubandotela per qualche minuto, in modo da correggerti la tavola di Disegno dal Vero. Come era solito fare il professor Cananzi. Infatti, per correggere il disegno, il docente sapeva bene che occorreva guardare gli oggetti, da lui disposti sul tavolo, dallo stesso punto visuale dell’alunno. Solo così la correzione degli errori e delle sviste era utile, solo così si potevano correggere le proporzioni, le luci e le ombre, l’inquadratura.

Questa è la mia forma mentis. Sono un’insegnante di sostegno che svolge la sua attività a beneficio di tutti gli alunni, nella classe alla quale vengo assegnata.

Ecco perché quando sono andata a scuola la settimana scorsa, per portare il certificato dell’oncologa, mi sono detta che non potevo non entrare nelle mie due classi a salutare gli alunni. Io che li ho pensati in quel mese di maggio, una volta rientrata a casa, convalescente da un intervento chirurgico importante e da un ricovero di cinque giorni che, per fortuna esistono i cellulari perché, causa pandemia, in quei cinque giorni in ospedale, non ho visto né marito né figlie.

Ho bussato a quella porta, che lo scorso maggio portava affisso il cartello seconda, ora invece vi leggevo, stranita, terza: un’aula in cui ero stata fino a quattro mesi prima. Nonostante i miei capelli tinti di biondo e tagliati in un carré, avessero lasciato posto a una peluria cortissima, molto diradata e completamente canuta, la collega mi riconosce e subito sorride, felice della carrambata.

Gli sguardi dei ragazzi invece, che nel mio intenso immaginario avevo pensato sorridermi e stringersi, anche se in un abbraccio virtuale per le disposizioni anti-covid, non sono pronti e capisco che non riescono ad identificarmi con nessuno. Entro nell’aula nel frattempo e, in piedi, mi appoggio al bordo della cattedra, dove spesso ho fatto loro lezione. Qualcuno mi ha riconosciuto, altri ancora mi guardano come se fossi ET, l’Extra Terrestre di Steven Spielberg, mi abbasso allora la mascherina sotto il mento per un paio di secondi e finalmente non ci sono più dubbi nei loro occhi: mi hanno riconosciuta.

Le cose precipitano subito perché l’alunno davanti a me, non mi dà nemmeno il tempo di ammonirlo per via della mascherina indossata sotto il mento, mi chiede se avessi il cancro. Lo fa col sorriso sulle labbra e con un sarcasmo così compiaciuto che mi sento gelare. Resta basita anche la collega, della quale incrocio lo sguardo.

Entrambe per un paio di secondi restiamo incredule. Non riesco nemmeno a godermi e a sentire le voci allegre degli altri alunni che finalmente, riconosciutami, attiravano la mia attenzione affinché li salutassi.

Vinta da tanto cinismo non riesco a trattenere le lacrime, le sento sgorgare calde dagli occhi e non riesco a trattenerle. Nell’immaginario piangevo di commozione, di gioia, di partecipazione per aver ritrovato i miei ragazzi, invece nella realtà piangevo di pietà. Pietà per me.

La collega lo rimprovera dicendogli che non sono né frasi né modi per un ragazzino…

Essendomi ricomposta, nell’arco lungo di un minuto, interrompo la collega venutami in soccorso e lo sgrido a mia volta, prima per la mascherina malmessa e poi perché con le sue parole mi ha pietrificato.

Rivolgo l’attenzione agli altri alunni. Ma soprattutto la rivolgo all’alunno speciale che, lo guardo in quel momento, ha lo sguardo rivolto al pavimento. Gli dico che non è successo nulla, ma probabilmente è così da quando ha riconosciuto in me la sua insegnante. La sua prof. che non è più bionda, non ha quel sorriso sulle labbra e quel sole negli occhi e prima, per giunta, stava pure piangendo. Mi muovo dentro l’aula e lo vado ad abbracciare. E’ più alto di me, è cresciuto nell’estate che ancora, in Sardegna, possiamo goderci. Con l’avvento della pandemia anche gli abbracci sono merce rara. Infatti S. non sa bene come comportarsi ed in effetti, ora che ci penso, non è stato un abbraccio tra noi, ma più una pacca sulla spalla, come quelle che gli ho sempre dato, per spronarlo a lavorare, considerata la sua proverbiale pigrizia.

In seguito ho parlato ai ragazzi come la loro prof che ben conoscono e che ha a cuore il loro futuro. Li ho spronati all’impegno nello studio, soprattutto pensando all’esame di fine ciclo, dicendo loro che i docenti non valutano i due paragrafi di Storia o Scienze imparati a memoria, ma la maturità nell’esprimersi e nel volgere lo sguardo sicuro verso la Commissione d’esame. Li ho stimolati ad iniziare a pensare a quale scuola scegliere nel prossimo gennaio, facendo luce sulle loro attitudini e passioni, per fare una scelta consapevole e non buttata a caso, per seguire un compagno di scuola o, ancor peggio, l’inclinazione dei propri genitori.

Guardando i loro occhi li ho salutati caldamente e li ho lasciati con un arrivederci a presto.

Sono poi entrata in seconda e qui si che ho pianto di emozione e di gioia perché i ragazzi mi hanno riconosciuta appena entrata. Ho abbracciato e dato un cinque e battuto il pugno a tutti quanti e riso e scherzato come non fossero passati quei mesi. Alcune alunne si sono commosse nell’abbraccio ed io con loro.

I ragazzi di entrambe le classi mi hanno chiesto quando rientrerò, mi hanno detto che manco. Anche voi mancate a me.

Ma non so se rientrerò e devo dire grazie all’alunno che mi ha scosso con la sua frase e i modi insensibili, perché pensavo di essere forte, di avere la grinta per rientrare già il 2 settembre scorso. Invece penso non sia il caso. Ho un lavoro più importante da svolgere, rispetto alla mia attività di docente.

Prima di tutto devo lavorare su me stessa. Prendere e regalarmi del tempo, avere pazienza, respirare a pieni polmoni la brezza, guardare il mare d’inverno in una mattina di un giorno feriale, in cui le bimbe sono a scuola ed io prendo la macchina e vado alla spiaggia della foce del Fiume Silis, scegliere dove andare a vivere, salire in cima e ammirare il panorama, guardare la luna e le stelle e pensare a chi mi ha amato e ora è lassù a guidare e sostenere le mie scelte, leggere un libro seduta su una panchina sotto l’ombra di un gazebo, dondolare su un’altalena, cogliere un fiore e regalarlo a mia figlia, guardare negli occhi mio marito ed essere profondamente consapevoli di ciò che ci lega.

Prima di tutto La nuova me.

E. Montale, Ossi di seppia

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