Si fa presto a dire chemio (parte II)

… perché. Quei perché mi inseguirono per mesi. Dopo l’ansia per la, comunque breve, attesa del consulto col chirurgo senologo della SMAC sassarese, ci fu l’ansia dell’attesa per la biopsia da effettuare in radiologia, a seguito del posizionamento di un repere mammografico, ossia un filo di metallo per trovare, reperire appunto, la lesione da asportare. Si tratta di una procedura invasiva, ma sicura, indicata in caso di micro-calcificazioni, come era appunto il mio caso.

Il 5 febbraio mi investì l’ansia per il fatto che non fu possibile effettuarla, sta maledetta biopsia, nonostante gli innumerevoli tentativi eseguiti dalla senologa e nonostante i suoi complimenti nei miei confronti. infatti, malgrado tutti quei tentativi, io rimasi immobile. O meglio, restai immobile perché ero immobilizzata! Immobilizzata da pensieri e domande del tipo: ma davvero ieri mi hanno inserito un repere di metallo e sono rientrata a casa e ho dormito come nulla fosse? Ma veramente oggi non si riesce a prelevare il tessuto? Ma perché l’ago è ostacolato dalla clip metallica, lasciatami tre anni prima a seguito della VABB e da tutto il tessuto cicatriziale formatosi attorno alla clip, in questi tre anni? E fu proprio così, rientrai a casa senza fare la biopsia. Contattai il chirurgo immediatamente via mail.

Il medico mi rispose in tempi brevissimi informandomi che, considerata l’impossibilità di effettuare la biopsia radiografica, si rendeva necessaria una biopsia chirurgica che avrebbe eseguito lui stesso.

In un attimo pensai al termine chirurgica, vale a dire: sala operatoria, camice verde, anestetico, bisturi, taglio, punti di sutura, ferita e cicatrice… Ecco cosa avrebbe comportato, mentre dentro di me pensavo: Ma perché tutta questa cagnara, quando so benissimo che è tutto benigno? Tutto buono? Tutto a posto? Pensavo alla mia ghiandola mammaria che allattò in totale, per più di tre anni, le boccuccie affamate e avide di amore liquido delle mie figlie. Io sono una mamma che ha praticato e pratica maternage, una mamma ad alto contatto, una mamma scoglio con le sue figlie, tuttora, pattella! Il cancro con me non ha nulla a che spartire, tiè! Tsè!

Il consulto col chirurgo, precedente la biopsia chirurgica, mi tranquillizzò. Il medico infatti non lo definiva manco un intervento, ma quasi una seduta dal dentista, dove mi avrebbero fatto una piccola anestesia locale sulla zona e tutto si sarebbe risolto in una mezz’ora. E così il 10 febbraio, mentre le mie figlie erano a scuola, mio marito, insieme all’infermiera, mi accompagnava fino al sottopiano delle sale operatorie, dove feci la tanto agognata biopsia in day hospital.

Durò tutto pochissimo tempo. Tenni le mie emozioni e le mie ansie, citando Umberto Saba, nel cantuccio a me fatto per la mia vita pensosa e schiva. Ma nel momento in cui il chirurgo mi disse, sorridente, che era tutto finito, gli argini del cantuccio vennero meno e piansi. Piansi perché non avrei voluto essere lì su quel lettino, piansi calde lacrime perché l’ansia e il magone vennero fuori insieme a quel pianto salato e stetti meglio.

Quando mi portarono in osservazione, in sala pre-operatoria vidi un’altra donna che aspettava di fare la stessa biopsia. Era visibilmente agitata e mi disse, commossa, che aveva sentito le mie lacrime. La rassicurai dicendole che in sé, la biopsia, non era niente di grave e che tutto sarebbe andato bene. La giovane mamma mi sorrise, sperando che si trattasse nel suo caso, di un dotto lattifero ostruito o infiammato. Nessun nodulo insomma per lei! Anch’io desiderai sperare, in quel momento, che fosse un dotto galattoforo ostruito a creare tutto questo casino! Ma fu un desiderio privo di ragione. Anna non poppava al seno da più di quattro anni!

Dopo la biopsia vidi il chirurgo e azzardai a chiedergli come si presentava il tessuto rimosso. Il dottore mi disse che, dopo tutto, fu un bene fare la biopsia chirurgica, poiché la calcificazione prelevata si presentava molto dura. Mi disse infine di starmene tranquilla fino all’arrivo del referto istologico; in ogni caso, aggiunse, il nodulo, maligno o benigno che fosse, non era più nel seno! Evviva mi dissi! Ma poi arrivò quel maledetto 23 febbraio! E mentre Loretta cantava Maledetta primavera, Lorella avrebbe dovuto cantare Maledetto inverno…

In questi mesi ho pensato a quanto mi piacerebbe farmi fare un tatoo. Direte: Eccola, l’ennesima persona che vive una malattia come un lutto e vuole celebrarlo sulla propria pelle, come se fosse possibile dimenticarlo! Ecco, io un tatuaggio già ce l’ho. Non è visibile da nessuno, è stato inciso in un angolo del corpo che solo io posso osservare. Quel tatuaggio è nell’anima e si legge a chiare lettere: 23 febbraio. È un tatuaggio barriera, uno spartiacque come lo furono e sono: la Muraglia cinese, il Muro di Tijuana, il Muro di Berlino, i Bastioni di Alghero, i muri eretti a secco in Sardegna. Quel giorno di quel mese si eresse un muro a spartire la mia vita: quella prima e quella dopo il cancro.

Avrebbe un grande significato farmi tatuare quella data, ma siccome la ricorderò finché vivo, non è necessario inciderla sulla mia pelle. Vorrei invece farmi tatuare la parola Famiglia sull’avambraccio sinistro, poiché voglio celebrare le tre persone più preziose della mia vita. E voglio celebrarle perché non mi hanno lasciata mai sola, anche quando ero disattenta e persa nei miei brutti pensieri, o quando pensavo solamente a me e ai miei guai, senza curarmi abbastanza di loro. Non mi hanno mai lasciata. Mio marito mi ha accompagnata a tutte le visite, a tutti i consulti, a tutte le medicazioni. La mia primogenita, nel vedermi giù e arrendevole, mi stimolava dicendomi che ce l’avrei fatta anche stavolta, facendo leva sul mio coraggio, che in quei mesi però mancava.

Quel 23 febbraio dopo la medicazione della ferita, il chirurgo mi parlò, con il referto istologico tra le mani, dicendomi che il nodulo asportato era risultato maligno. Fortunatamente non arrivava al cm, ma si rendeva necessario rimuovere la parte di mammella in cui si era formato il nodulo. Chiesi, considerate le restrizioni anti-Covid, di poter chiamare dentro mio marito, perché avevo orecchie e cervello scollegati. Uscii dallo studio del chirurgo e lo andai a chiamare, era trepidante fuori dalla sala d’attesa. Appena vide il mio sguardo capì. E solo in quell’istante intese molto più di quello che avevo capito io. Perché lui, in attesa dell’istologico, aveva iniziato a documentarsi, a guardare canali YouTube sull’argomento; io invece no. Perché dovevo? Tutto sarebbe risultato benigno!

Entrò insieme a me, conobbe il chirurgo senologo che riprese ad illustrare molto chiaramente la situazione clinica. Oltre al nodulo, la mammografia fatta privatamente e poi ripetuta in ospedale, mostravano, in zona diversa rispetto al tumore già asportato, altre microcalcificazioni di natura ancora ignota. Si rendeva necessario, da protocollo medico, rimuovere via, oltre al nodulo già asportato, il tessuto attorno. Mi si presentavano due possibilità: la chirurgia conservativa con la quadrantectomia della sola zona attorno al tumore, quella radicale con la mastectomia risolutiva anche per le altre microcalcificazioni presenti, le quali sarebbero state asportate senza passare dal via. Mio marito interagiva col chirurgo ponendo domande a fagiolo, io ero in un altro pianeta.

La prima cosa a cui pensai furono le nozze delle mie figlie, in particolare pensai ad Allegra che si specchiava nel suo abito bianco, mentre un velo di tristezza affiorava dalle sue labbra pensando a me e alla mia assenza. Pensai alla festa dei loro diciotto anni, alla loro maturità, alla laurea delle mie piccole, ai momenti fondamentali della loro vita. Tutti vissuti senza me. Vissuti con la mia assenza perché avevo il cancro. Mi rividi ventenne, insieme a mia madre, allora cinquantenne, pioniera convinta in materia di prevenzione del cancro al seno, che mi accompagnava a fare i primi controlli, quali la palpazione del seno e le ecografie e in seguito, già prima dei quarant’anni, le mammografie. L’idea della prevenzione me la inculcò mia madre infatti, che pur non avendo familiarità, era molto puntuale nei controlli, semplicemente mossa dalla paura.

In quel quarto d’ora che ci dedicò il chirurgo, mi vennero in mente loro. Le mie figlie. A quello che stavo affibbiando loro in eredità. Accollavo loro il peso della familiarità verso una patologia per la quale invece io non ne avevo. E fu un macigno dentro.

Nel frattempo il senologo si rivolgeva, ovviamente, soprattutto a me, parlandomi dell’intervento chirurgico al quale mi sarei dovuta sottoporre. Mi spiegò la differenza tra quadrantectomia e mastectomia e mi disse di pensare serenamente a quale strada intraprendere. Mio marito chiese allora al chirurgo quando pensava di potermi operare. Il medico ci informò sui tempi di attesa degli interventi e su quanto questi si fossero dilatati a causa della pandemia. C’era una lista da tener conto, ma ci ricordò che, nel mio caso, il nodulo era stato già asportato e questo mi metteva in una posizione tranquilla. Insomma si preannunciava una certa attesa, tradotta in ansia, in preoccupazioni, in mille pensieri, in preghiere da rivolgere a non sapevo chi.

Parlò ancora di ricostruzione del seno, effettuata dai chirurghi plastici, in caso avessi scelto di intraprendere la strada della chirurgia radicale. Parlò anche del protocollo post intervento alla quale mi sarei dovuta sottoporre e, per la prima volta nella mia vita, vidi apparire, all’orizzonte di un cristallino mare, nubi scure e nere che preannunciavano una brutta e lunga tempesta. Nuvoloni funesti che prendevano il nome di radioterapia, chemioterapia, perdita di capelli, debolezza, nausea…

Ma il pensiero fisso che mi martellava dentro, fin da prima che entrasse Oscar nello studio medico, era uno soltanto e aveva due nomi: Allegra e Anna, le mie bambine di nemmeno nove e sei anni che in quel momento erano a scuola. Che parole avrei usato per dire loro che la mamma aveva il cancro? Che la mamma era malata? Che la mamma non sapeva se avrebbe vinto anche questa battaglia. La loro mamma che già ne stava combattendo un’altra…

Un fiocco rosa annoda la mia vita.

Lorella Sini

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